Don Mori: «Non abbiamo molto tempo: la violenza può degenerare»

Il sacerdote bresciano da decenni si dedica ai ragazzi: da parroco di San Polo e di San Luigi Gonzaga, più volte ha visto coi propri occhi le manifestazioni stratificate del disagio tra i più giovani
Don Marco Mori - © www.giornaledibrescia.it
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«Non abbiamo molto tempo. Se non interveniamo temo che possa scattare qualcosa di violento, aggressivo, anche mortale». Don Marco Mori, 53 anni, da decenni dedica buona parte del suo impegno ai ragazzi. Lo conferma il suo lungo ruolo (fino al 2016) quale responsabile della pastorale giovanile della diocesi. E da parroco di San Polo e di San Luigi Gonzaga, più volte ha visto coi propri occhi le manifestazioni stratificate del disagio tra i ragazzi. Quelle visibili e le meno riconoscibili.

Dal suo osservatorio oggi quanto è diffuso il disagio giovanile a Brescia?

Tutti gli educatori sentono questa problematica, che si è molto differenziata in questi anni. A Brescia è presente in modo molto diversificato, personale e interiore legato a situazioni familiari. Ma c’è anche un disagio esteriore che si manifesta nella violenza e che si riversa anche nelle nostre strade. È ciò che ci fa più paura ma è quello da cui possiamo partire per essere attenti ad un processo educativo più intelligente.

È mai incappato in baby gang in città?

Sono convinto che a Brescia baby gang, nel senso stretto del termine, non esistano. Intendo gruppi organizzati che pianificano e consumano violenze sistematiche per strada con il solo scopo di avere il proprio territorio. Ma attenzione: non è detto che non ci si arrivi.

Quale episodio recente l’ha colpita?

Vedere giovanissimi puntare il coltellino verso animatori di poco più grandi. Questo racconta della sfacciataggine e della pericolosità, ma anche dell’insensatezza di simili gesti.

Il quartiere di San Polo vive una condizione duale, tra casi di cronaca ed esperienze di riscatto.

È vero. A volte figura come modello negativo, ma anche positivo. La relazione di «Oratori diocesi lombarde» fotografa bene le caratteristiche del quartiere. Essendo in una terra di periferia, qui come altrove la violenza può crescere; eppure in questa zona di Brescia c’è un importante vissuto tra le componenti della società civile che diventa un modo intelligente per rispondere alla violenza.

Cosa manca a Brescia per affrontare con più forza il fenomeno?

Oltre la repressione ci vuole educazione. Le forze dell’ordine fanno benissimo ciò che possono ma in questo momento serve una città forte nel dare una risposta con un nuovo modo di stare insieme. Solo l’unione tra enti, associazioni, parrocchie e genitori ci può salvare.

Il tempo per poter fare qualcosa sta scadendo?

Condivido le parole della presidente del tribunale dei minori di Brescia: non possiamo permetterci che la violenza aumenti, abbiamo bisogno di formule, di modi e anche di educatori. Ci vogliono le persone, capaci di incontrare quei ragazzi che sono a rischio di entrare in alcuni giri o che ci sono già dentro. Sono ragazzi come tutti, che vanno aiutati a non diventare vittime di questo stesso disagio. Non sono delinquenti. Siamo noi i delinquenti, se non li tiriamo fuori.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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