L’entusiasmo, ieri mattina nella sala Giudici di Palazzo Loggia, c’era. Ma è rimasto quasi sempre sullo sfondo. Al suo posto, si è fatta avanti una parola che in una città manifatturiera pesa di più: responsabilità. La ragione è venuta a galla ben presto: il Brescia innovation district – hanno ripetuto uno dopo l’altro i rappresentanti di università, imprese e istituzioni – non potrà permettersi di essere soltanto un contenitore dell’innovazione: dovrà dimostrare di saperla trasformare in ricerca applicata, investimenti e competitività.
Gli interventi
È questa la trama che ha unito interventi diversi tra loro ma sorprendentemente convergenti. A partire da quello del presidente della Camera di Commercio Roberto Saccone, che ha ricordato il lungo lavoro preparatorio dietro la nascita della Fondazione. In un mercato globale dove la competizione non si gioca più soltanto sui costi, ha osservato, «l’innovazione non si improvvisa»: servono organizzazione, metodo e una struttura capace di trasferire tecnologie e competenze soprattutto alle piccole e medie imprese.
Il rettore dell’Università degli Studi di Brescia Francesco Castelli ha scelto invece la metafora di una nave che lascia il porto: affinché il viaggio funzioni, ha spiegato, tutti devono «remare nella stessa direzione». La vera novità, secondo Castelli, sarà riuscire a far dialogare due mondi che troppo spesso parlano linguaggi differenti: quello della ricerca e quello dell’impresa.
Università e imprese
Uno sforzo che per l’Università Cattolica rappresenta quasi una vocazione naturale. Il professor Giovanni Marseguerra ha ricordato come il futuro della manifattura passerà dalla capacità di tenere insieme innovazione tecnologica, formazione e capitale umano. La trasformazione digitale, ha osservato, non richiede soltanto competenze specialistiche, ma persone capaci di «connettere saperi diversi per affrontare problemi sempre più complessi».
Dal fronte delle imprese, il vicepresidente di Confindustria Paolo Streparava ha invitato a non perdere di vista il traguardo: «Creare valore per le nostre imprese». I dubbi, ha ammesso, restano e «servono a tenere alta l’attenzione, ma il rischio peggiore sarebbe stato quello di restare fermi». Sulla stessa linea il presidente di Confapi Pierluigi Cordua, che ha definito il Bind «il primo vero tavolo territoriale di sistema. Adesso, però, arriva la prova più difficile»: fare in modo che innovazione, intelligenza artificiale e ricerca «escano dai documenti programmatici e diventino strumenti concreti per aziende» che, ha ricordato, sulla transizione digitale «hanno ancora molta strada da percorrere».




