Oltre ottant'anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, arriva dalla Corte d'Appello di Brescia una nuova pronuncia sul risarcimento delle sofferenze subite dai militari italiani deportati nei lager nazisti dopo l'8 settembre 1943. I giudici della seconda sezione civile hanno più che raddoppiato l'importo riconosciuto agli eredi degli Internati Militari Italiani (Imi), portandolo da 55 a 115 euro per ogni giorno trascorso in prigionia. La sentenza respinge l'appello presentato dal ministero dell'Economia e delle Finanze e dalla Presidenza del Consiglio dei ministri contro la precedente decisione del Tribunale di Brescia del settembre 2025. Accolte invece parzialmente le richieste degli eredi, che avevano contestato la quantificazione dei danni.
Le sofferenze nei campi nazisti
Al centro della vicenda ci sono le storie dei militari italiani catturati dalle truppe tedesche dopo l'armistizio, deportati in Germania, privati delle garanzie riconosciute ai prigionieri di guerra e costretti a lavorare in condizioni disumane. La Corte d’appello di Brescia riconosce il peso di quelle sofferenze, non soltanto fisiche ma anche psicologiche e morali, ritenendo insufficiente il parametro economico adottato in primo grado.
«In considerazione delle gravi sofferenze interiori subite dai militari italiani internati nei campi tedeschi si reputa equo liquidare per ciascun giorno di prigionia la somma di euro 115 al giorno, comprensiva di entrambe le componenti del danno», si legge nella motivazione. L'importo viene determinato facendo riferimento alle tabelle del Tribunale di Milano: 84 euro per il danno biologico temporaneo e 31 euro per la sofferenza morale. Per alcuni eredi il risarcimento supera gli 80mila euro, mentre quello più elevato raggiunge i 134.205 euro, corrispondenti a 1.167 giorni di internamento.
La morte nel campo di prigionia
Un altro passaggio significativo della sentenza riguarda la vicenda di un militare italiano morto il 24 marzo 1944 nello Stalag VI C, nella località tedesca di Gross Fullen, a causa delle terribili condizioni di prigionia. Nella ricostruzione dei fatti, richiamando la decisione di primo grado, i giudici ricordano che il militare «trovò la morte, a causa di un collasso, dovuto alla denutrizione, al deperimento organico e ai disumani ritmi di lavoro». La Corte ha ritenuto contraddittoria la precedente decisione che, pur riconoscendo le condizioni in cui era avvenuto il decesso, aveva negato il risarcimento per la perdita del rapporto parentale.
«Tenuto conto delle drammatiche condizioni in cui avvenne la morte», della giovane età della vittima e del dolore provocato ai familiari, i giudici hanno riconosciuto a una nipote, erede dei congiunti del militare, un ulteriore risarcimento di 80mila euro.
La responsabilità della Germania
La sentenza affronta anche una questione giuridica che da anni accompagna le richieste di risarcimento per i crimini commessi dal Terzo Reich: la possibilità di chiamare la Germania davanti ai tribunali italiani e il ruolo dello Stato italiano nel pagamento degli indennizzi. Il ministero dell'Economia aveva contestato, tra l'altro, la giurisdizione italiana e la ricostruzione della responsabilità per i fatti avvenuti durante la guerra. Per la Corte «La responsabilità per i crimini di guerra rimane attribuita in via esclusiva allo Stato tedesco» e ribadisce che «la deportazione e l'assoggettamento ai lavori forzati» costituiscono «crimini di guerra e violazioni dello jus cogens», vale a dire delle norme inderogabili del diritto internazionale.
Il risarcimento dopo ottant'anni
Non tutte le richieste degli eredi sono state accolte. I giudici hanno respinto la domanda relativa alle retribuzioni non percepite dai militari durante il lavoro forzato, ritenendo insufficienti gli elementi per quantificare il danno patrimoniale. Respinta anche un'ulteriore richiesta di risarcimento legata alla morte, avvenuta nel 1946, di un ex internato che aveva contratto la tubercolosi durante la prigionia. In quel caso, secondo la Corte, non era stato dimostrato il collegamento causale tra la malattia e il decesso.
I giudici di Brescia hanno condannato il ministero dell'Economia al pagamento delle somme riconosciute agli eredi e pone a carico del ministero e della Presidenza del Consiglio i due terzi delle spese processuali.




