Idroelettrico e le concessioni scadute in Lombardia: ora le gare

Si tratta di un asset a cui Brescia contribuisce con il 5% della produzione nazionale. La gran parte degli affidamenti è scaduta da anni e la Regione, nonostante i ricorsi, sta per indire i bandi
Una centrale idroelettrica - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Una centrale idroelettrica - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
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Quelle più «famose» e dibattute sono senza dubbio le balneari. Ma c’è un altro «dossier concessioni» su cui politica e operatori stanno litigando a suon di carte bollate, arrovellandosi ormai da anni. Una partita che – pur passando in sordina, quasi inosservata – porta in dote una posta in gioco molto più alta, con tanto di conseguenze economiche e strategiche nel breve periodo. Si tratta delle grandi derivazioni idroelettriche o meglio, per l’appunto, delle loro concessioni. L’autunno riapre il grande risiko delle gare pubbliche, un fronte sul quale Regione Lombardia è intenzionata a tirare dritto.

I numeri del Bresciano

Per capire, in concreto, di cosa stiamo parlando e quanto questa vicenda tocchi da vicino anche Brescia, bastano pochi dati: la nostra provincia garantisce e fornisce il 5% della produzione nazionale, che corrisponde al fabbisogno energetico mensile di 6,6 milioni di famiglie composte da quattro persone (225 KWh). Le centrali del Bresciano, piccole e grandi, producono in media un’energia netta pari a 1.542,28 gigawattora, con la Valcamonica in vetta per impianti e per numero di dighe.

Concessioni scadute

La questione, però, è questa: la Lombardia, prima regione italiana per potenza idroelettrica, ha concessioni scadute da anni e operatori che, in regime di proroga, continuano a gestirli e provvedono alla manutenzione delle infrastrutture. Per questo la Regione ha scelto di inaugurare la stagione delle gare: a ottobre si dovrebbe chiudere la prima tornata, che coinvolge la piccola derivazione «Resio» (4.064 kW), situata a Esine e Darfo, ma l’autunno dovrebbe dare il «La» agli altri bandi. E sempre per questo, i gestori hanno impugnato il provvedimento, sostenendo che investimenti strutturali richiedono stabilità e non regimi di concorrenza con tempi così stretti. Al momento, l’oggetto del contendere non è molto (il bando di ottobre riguarda mini impianti), il vero punto è che questa procedura può però «fare scuola» e trascinare con sé tutte le altre concessioni.

Gli investimenti necessari

Bisogna tenere conto che l’età media delle dighe lombarde è di 80 anni, tra le più anziane a livello nazionale: insomma, l’idroelettrico di casa nostra inizia ad avere «una certa età». Secondo uno studio congiunto di The European House - Ambrosetti e A2A, occorrerebbe, a livello nazionale, una spesa di 48 miliardi di euro in dieci anni per rilanciare l’idroelettrico, che è l’unica fonte di energia rinnovabile programmabile e ha un ruolo importante anche nello stoccaggio stagionale (quindi di lunga durata).

Questa cifra coprirebbe il ripotenziamento degli impianti esistenti, oltre che la costruzione di nuove centrali. Al momento, però, gli incentivi per affrontare questo impegno economico sono relativamente bassi, per via (appunto) della scarsa durata delle concessioni. Scarsa quanto? Per avere un metro di misura, serve il raffronto. In Italia la durata media dei permessi si aggira tra i 20 e i 30 anni, contro i 40 anni della Francia, i 75 anni della Spagna e i 90 anni dell’Austria.

Nuovi fondi in arrivo

La centrale idroelettrica di piccola derivazione di Manerbio
La centrale idroelettrica di piccola derivazione di Manerbio

Sulle 74 concessioni lombarde per sfruttare acqua dalle dighe e produrre energia, una ventina sono quelle scadute ormai nel 2010. «Le gare finora bandite proseguono regolarmente, nessuna sospensiva è stata data dal Tribunale superiore delle acque pubbliche», conferma l’assessore regionale alla Risorsa idrica Massimo Sertori. Che porta anche una buona notizia: a Brescia, entro fine anno, saranno trasferiti altri 4,8 milioni di euro di canoni aggiuntivi (3.650.000 per gli arretrati 2011-2019 e 1,15 per il 2023).

Come mai? Perché in ballo c’era un secondo contenzioso. La legge regionale prevede che i gestori debbano pagare una sorta di tariffa di compensazione, calcolata sulla base dei valori orari di produzione di energia elettrica immessa nella rete e dei rispettivi prezzi orari di vendita. Si tratta della cosiddetta «monetizzazione dell’energia gratuita», ossia una quota di energia che i concessionari devono dare come compensazione ai territori in cui si trovano le centrali.

Molte società, però, non hanno pagato, presentando un ricorso al Tar perché sostengono di non dover saldare quel conto. Ecco: il Tribunale ha dato torto a loro e ragione alla Regione. «Dopo l’esito del contenzioso – precisa Sertori – i canoni aggiuntivi, pari a 20 euro/kW, sono stati recentemente pagati da tutti gli operatori e arriveranno ai territori entro la fine dell’anno. Rimarrà da versare il conguaglio del restante canone aggiuntivo al momento dell’avvio della nuova concessione assegnata con la gara. La sua quantificazione – conclude l’assessore – è in corso». 

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