Come funziona la sicurezza nei musei bresciani

Nessun allarme a Brescia per la sicurezza dei musei. Dopo il furto al Vittoriale di Gardone Riviera settimana scorsa, la rassicurazione arriva da Fondazione Brescia Musei. Non solo «non esiste un caso sicurezza che riguardi le collezioni cittadine – si dice dalla Fondazione –, ma nemmeno un’allerta sociale che tocchi le misure di prevenzione, a fronte di una serie di dispositivi adeguati acquisiti ed operativi già da tempo».
Il furto al Vittoriale delle opere di Umberto Mastroianni apre tuttavia una serie di riflessioni. La conservazione dei beni culturali impone misure e considerazioni che vanno a contemperare diverse esigenze, tra le quali quelle di prevenzione della criminalità ma anche e soprattutto di tutela della conservazione dei reperti e della sicurezza dei visitatori e del personale. Da Fondazione Brescia Musei si sottolinea inoltre come la prima misura nella sicurezza delle strutture «è di non parlare apertamente dei sistemi di sicurezza adottati», consegna che ricade su ogni componente della Fondazione.
Le direttive del ministero
Nella letteratura del Ministero dei Beni Culturali si legge che «la sicurezza degli istituti e dei luoghi della cultura è da sempre all’attenzione del dicastero. L’integrità del patrimonio da trasmettere alle generazioni future, l’incolumità delle persone che li visitano o vi lavorano sono obiettivi irrinunciabili». Da qui la specifica di come negli anni si sia cercato di ampliare, con le risorse ordinarie e straordinarie, la strumentazione tecnologica di monitoraggio e allerta sulle situazioni di pericolo per i beni culturali per prevenire e impedire il loro degrado e rendere più difficili, se non impossibili, le azioni criminali.
«Ma soprattutto, insieme a tutti gli altri soggetti impegnati su diversi fronti e con competenze diverse nell'ambito della sicurezza (Vigili del Fuoco, Carabinieri e altre forze dell’ordine, Protezione civile e Associazioni di volontariato) ci si è impegnati per diffondere tra gli addetti ai lavori e la cittadinanza una sempre maggior consapevolezza su questi problemi, per elaborare linee guida e direttive, per formare quanti operano nelle istituzioni culturali, rendendoli capaci di programmare il complesso di misure di prevenzione necessarie e l'organizzazione più idonea alla singola struttura, di accrescere la loro capacità di utilizzare e manutenere le dotazioni presenti, di far fronte alle piccole e grandi emergenze che si dovessero presentare» continuano dal Ministero.
Cosa si fa al Paolo VI di Concesio
Da qui, come spiegano dalla Fondazione Opera per l’educazione cristiana, ente proprietario della collezione d’arte Paolo VI di Concesio, «abbiamo recepito da subito l’invito ad affrontare la questione della sicurezza in modo il più possibile integrato come istituto che ha la missione di custodire i beni culturali, ma anche di allargare l’accesso e di favorire una partecipazione più ampia e differenziata alla cultura».
All’Istituto Paolo VI la gestione del museo è affidata all’Associazione Arte e spiritualità. Spiega il direttore della Fondazione Carlo Peroni: «Anche da noi non esiste un allarme sulla custodia delle opere ancorché preziose e concentrate in un unico consesso. Non di meno disponiamo di misure di protezione eccezionali, progettate in funzione dei beni che siamo chiamati a tutelare».
Da qui il metodo dell’adottare un processo di analisi del rischio, «teso a fornire una rappresentazione formale della probabilità di danno di un sistema e a raccogliere le informazioni necessarie per una verifica documentata e giustificabile delle scelte progettuali adottate per raggiungere gli obiettivi di sicurezza previsti» continua Peroni.
Si valuta in sostanza il rischio e si tende a renderlo minimo o residuale «oppure tale da essere compatibile con la vulnerabilità del contenitore e del contenuto, perché in grado di garantire un livello di sicurezza accettabile anche in condizioni di emergenza».
Come la difesa di un castello
Mentre non si prende in considerazione quanto accaduto al Vittoriale e le modalità di effrazione di quel caso, gli specialisti del settore spiegano come si debba pensare al bene da tutelare come ad un castello: «Il fossato e la cinta muraria sono il perimetro fisico. Si debbono presidiare elettronicamente i varchi e le mura: fibre ottiche vendono annegate nelle malte. In caso di interruzione per buchi nei muri scatta l’allarme. Fasci di microonde con emettitori e ricettori blindano la cinta con estensioni in verticale.
Il perimetro è presidiato da telecamere munite di intelligenza artificiale che scansionano la tipologia di movimento. Segnalano la posa di oggetti o lo stazionamento che si distingue dal passaggio. E l’alert scatta alla centrale di controllo. Il presidio avviene per “zone video” o “aree”. I sensori sono doppi: leggono movimento e temperature. L’ingresso del castello è il ponte lavatoio. Il varco va presidiato da sensori di movimento e su supporti trasparenti da sensori sismici che leggono le vibrazioni. All’interno dei locali si utilizzano sensori volumetrici che leggono le variazioni di pressione abbinati a infrarossi a doppia azione (movimento-calore). Ora ci chiedono anche sensori ottici (telecamere) con sensore di calore a infrarosso».
I nebbiogeni
In caso di effrazione molti ambienti sono protetti dai nebbiogeni: sono nebbie chimiche secche che saturano i locali e impediscono i movimenti togliendo l’orientamento. Il ladro fugge prima di perdere la direzione da cui è giunto. Un brevetto inglese prevede poi la dispersione nell’ambiente di microrganismi innocui il cui dna trovato sugli abiti dei ladri costituisce prova documentale della sua presenza in un ambiente violato. Ogni realtà protetta ha un suo codice di dna che viene registrato in modo da renderlo univoco. Un sistema poco noto ma diffuso. Nessuna fantascienza.
I sensori
«In determinati ambienti applichiamo sensori a pressione a pavimento posti sotto tappeti o moquette, mentre in alcune aree, come a Napoli, poniamo i sensori che segnalano tentativi di penetrazione del sottosuolo. Una regola resta quella della chiave fisica: evitiamo telecomandi clonabili e attiviamo o spegniamo i sensori con una chiave fisica in dotazione alla vigilanza. Ovviamente tutti i dispositivi devono essere a batteria e autonomi dal punto di vista energetico e senza fili. Inutile poi dire che tutte le serrature dei varchi devono essere a prova di «chiave bulgara», mentre i sensori vengono disposti almeno a coppie per prevenire falsi allarmi da malfunzionamento.
I droni
E il futuro cosa riserva? «La vigilanza si avvale di piccoli droni muniti di telecamere che in caso di allarme si levano in volo nei locali ed effettuano la ricognizione intelligente delle aree di competenza anche al chiuso. Trasmettono i dati poi tornano alla loro base in ricarica. Un costo contenuto per una soluzione che un tempo era futuribile ma ora è già realtà».
La ricerca delle criticità
Alla fine le criticità da affrontare nella protezione di una struttura museale muovono dall’analisi del rischio e dalla ricerca delle vulnerabilità basate sull’analisi della struttura e delle misure di protezione fisiche, sulle misure di protezione elettronica posata e la videosorveglianza, la valutazione sul personale addetto ai servizi di custodia e vigilanza e infine l’accesso in generale e la fruizione da parte dell'utenza.
Secondo il Ministero dei Beni Culturali le criticità attinenti a questi aspetti possono agevolare la consumazione dei reati. Chi sottrae beni di solito agisce con violenza o minaccia sugli addetti alla vigilanza o sul personale della struttura oppure sfrutta lacune permanenti od occasionali del sistema di sicurezza. Entrambe le eventualità possono presentarsi anche durante le ore di chiusura e i periodi previsti per l’accesso alla struttura del personale dipendente, delle ditte di pulizia, manutenzione e dei visitatori. La dissuasione si basa dunque su sistemi di protezione appropriati, mentre un ruolo fondamentale appartiene al «fattore umano».
Del resto chi lavora in una struttura rappresenta l’elemento di maggior forza ma anche di maggior debolezza di tutto il sistema scurezza che per sua natura resta complesso e quindi necessariamente integrato.
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