Cronaca

Come fa Google Maps a sapere che c’è traffico?

Dietro una strada che diventa rossa sullo schermo c’è un sistema che mette insieme posizione e velocità degli smartphone, dati raccolti nel tempo e segnalazioni degli utenti per capire come sta cambiando la circolazione
Alice Resconi

Una cartina aperta sul volante, una strada da trovare e qualche punto di riferimento per capire dove svoltare. Fino a non molti anni fa, orientarsi durante un viaggio significava soprattutto questo: saper leggere una mappa che mostrava il territorio ma non poteva raccontarci cosa stesse succedendo proprio in quel momento, su quella strada.

Oggi quella stessa mappa è diventata uno strumento digitale, connesso a Internet e capace di aggiornarsi continuamente. Sullo schermo dello smartphone non vediamo soltanto dove siamo e quale strada dobbiamo prendere: possiamo sapere quanto ci separa dalla destinazione, ricevere indicazioni in tempo reale, trovare un percorso alternativo e, soprattutto, avere una stima delle condizioni del traffico lungo il tragitto.

Ma come fa Google Maps a sapere tutto questo?

Cos’è Google Maps

Maps è uno dei servizi di navigazione e cartografia digitale più utilizzati al mondo. Nata nel 2005 come servizio di mappe consultabile dal browser, all'inizio era soprattutto una grande carta digitale utile per cercare luoghi, visualizzare strade e ottenere indicazioni per raggiungere una destinazione.

Negli anni, però, il servizio si è arricchito di tante altre informazioni e nuove funzioni: sono arrivate le immagini satellitari, Street View, le applicazioni per smartphone e la navigazione GPS. La mappa ha smesso così di essere qualcosa che si consulta solo prima di partire ed è diventata uno strumento che ci accompagna durante lo spostamento stesso.

Per poter aggiornare le informazioni sul traffico è però necessaria una cosa fondamentale: avere a disposizione dati sufficienti per stimare cosa sta succedendo sulla rete stradale.

L'auto di Google Street View
L'auto di Google Street View

GPS e posizione

Ma da dove arrivano tutti questi dati? Una parte importante delle informazioni utilizzate per stimare il traffico arriva dagli smartphone che utilizziamo per spostarci. Quando le funzioni di localizzazione e navigazione sono attive il dispositivo può fornire informazioni sulla propria posizione e sul movimento. Il GPS permette di determinare dove ci troviamo, mentre la combinazione con altri dati del dispositivo e della rete consente al sistema di ricostruire gli spostamenti nel tempo.

Il singolo smartphone, però, non è sufficiente per capire che cosa sta succedendo su una strada. Sapere che una persona si trova in un determinato punto non dice nulla, da solo, sulla presenza di una coda. Il dato diventa molto più utile quando viene messo insieme a quello di molti altri dispositivi che si stanno muovendo nella stessa zona.

Immaginiamo una strada normalmente percorsa a una certa velocità. Se in un determinato momento numerosi dispositivi che si trovano lungo quel tratto iniziano a muoversi più lentamente, e il fenomeno persiste per un certo periodo, emerge un segnale: il traffico potrebbe essere rallentato. Google Maps confronta poi questi dati con le informazioni sulla rete stradale e con altri segnali per costruire una rappresentazione aggiornata della situazione.

La velocità di percorrenza

Se il dispositivo può fornire informazioni sulla propria posizione in momenti diversi, dal cambiamento della posizione nel tempo è possibile stimare anche la velocità di spostamento.

Ad esempio: un tratto di strada lungo un chilometro, in condizioni normali, viene percorso in automobile in pochi minuti. Se, invece, vari dispositivi presenti lungo quella strada iniziano a muoversi più lentamente e impiegano molto più tempo per percorrere lo stesso tratto, il sistema ha un indizio chiaro: la circolazione sta rallentando.

Ripetendo questa analisi su moltissimi tratti stradali e mettendo insieme i dati provenienti da numerosi dispositivi, Maps può così stimare la velocità del traffico e individuare i rallentamenti.

Lo storico del traffico

Per stabilire se una certa velocità indica davvero un rallentamento non basta però guardare solo quello che sta succedendo in quel preciso momento: è importante infatti sapere anche che cosa succede normalmente su quella strada. Una strada non ha una velocità «normale» sempre uguale: alle otto del mattino può essere molto trafficata mentre poche ore dopo può essere quasi libera.

Può essere integrato anche sui sistemi auto
Può essere integrato anche sui sistemi auto

Per questo i dati raccolti nel tempo possono essere utilizzati per costruire uno storico del traffico. Quando Maps deve stimare i tempi di percorrenza, può tenere conto sia di ciò che sta accadendo in quel momento sia dei modelli osservati in precedenza. In questo modo, una velocità di 30 chilometri orari non viene interpretata semplicemente come «traffico lento»: il sistema può valutare se quella velocità è insolita per quella strada, in quella fascia oraria e in quel particolare giorno.

È un po’ come conoscere le abitudini di una strada: se ogni mattina alle otto il traffico rallenta nello stesso punto, quel rallentamento non è necessariamente una sorpresa. Se invece la stessa strada, in un momento in cui normalmente è scorrevole, improvvisamente registra una forte diminuzione della velocità, il dato può diventare un segnale di qualcosa di anomalo.

Le segnalazioni degli utenti

Velocità e posizione dei veicoli non raccontano però tutto. Possono indicare che qualcosa sta rallentando la circolazione, ma non spiegare precisamente che cosa sia successo.

Qui entrano dunque in gioco le segnalazioni degli utenti. Chi utilizza Maps può infatti segnalare la presenza di un incidente, un rallentamento, lavori in corso, una strada chiusa o altri eventi che possono influenzare la circolazione. Queste informazioni aggiungono un elemento che gli altri dati, da soli, non possono fornire: una possibile spiegazione di ciò che sta accadendo.

Anche questo tipo di informazioni deve essere però valutato e confrontato con gli altri dati disponibili. Una segnalazione isolata non equivale necessariamente alla certezza che un evento sia ancora presente.

È proprio mettendo insieme tutti questi segnali, informazioni sulla posizione e sul movimento, modelli storici, segnalazioni degli utenti e dati relativi alla rete stradale, che Google Maps può cercare di ricostruire ciò che sta succedendo.

Da dati a mappa

A questo punto tutti questi dati devono trasformarsi in qualcosa di comprensibile anche per noi. Google Maps dunque aggiorna continuamente la situazione dei diversi tratti stradali e la rappresenta sulla mappa attraverso i colori: il verde indica una circolazione regolare, mentre l'arancione e il rosso segnalano rallentamenti via via più intensi.

Lo stesso meccanismo serve a calcolare i tempi di percorrenza. Il tempo indicato da Maps non dipende soltanto dalla distanza da percorrere, ma anche dalle condizioni del traffico rilevate e dalle informazioni disponibili sul comportamento abituale di quella strada. Il sistema non cerca quindi soltanto di rispondere alla domanda «quanto è lunga questa strada?», ma anche a una domanda più complessa: «Quanto tempo potrebbe essere necessario per attraversarla nelle condizioni attuali?».

Dietro una semplice linea colorata sulla mappa c'è quindi un processo molto più complesso: una grande quantità di informazioni viene elaborata per produrre una stima immediatamente comprensibile della situazione stradale.

I limiti del sistema

Google Maps non osserva direttamente ogni automobile e non può sapere con certezza che cosa sta accadendo su ogni strada. Le informazioni a sua disposizione possono essere incomplete, arrivare con qualche ritardo o non essere sufficienti per descrivere una situazione appena cambiata.

Se un incidente è appena avvenuto, prima che la situazione venga rilevata dai dispositivi che stanno viaggiando lungo quella strada, oppure segnalata dagli utenti, può passare del tempo. Nel frattempo, la situazione del traffico può inoltre essere già cambiata.

L'icona di Google Maps
L'icona di Google Maps

Anche la quantità di dati disponibili conta. Su una strada molto trafficata, molti dispositivi possono fornire un quadro piuttosto dettagliato della situazione. Su una strada poco frequentata, invece, ci possono essere meno informazioni su cui basare la stima.

Per questo il traffico visualizzato su Google Maps non va considerato come una fotografia perfetta e istantanea della realtà: è una stima aggiornata continuamente, costruita sulla base dei dati disponibili. Ed è proprio questa distinzione a spiegare perché, a volte, il percorso suggerito da Maps può non corrispondere esattamente a ciò che troviamo una volta arrivati sulla strada.

La privacy degli utenti

Infine, una questione importante riguarda la privacy. Se Google Maps utilizza informazioni sulla posizione e sul movimento dei dispositivi per contribuire alla navigazione e alla stima del traffico, che cosa succede ai dati relativi agli spostamenti degli utenti?

Quando utilizziamo Maps per navigare, Google raccoglie alcuni dati necessari a far funzionare il servizio, tra cui la posizione GPS, il percorso seguito e alcuni dati dei sensori del dispositivo. Google spiega però che raccoglie solo i dati di navigazione necessari alle sue funzioni e che, una volta elaborati, questi dati vengono eliminati; gli aggiornamenti della mappa basati su di essi non vengono inoltre né associati all'Account Google né al dispositivo.

Diversa è la funzione Spostamenti, che permette di conservare una cronologia personale dei luoghi visitati e dei percorsi effettuati. Questa funzione è però solitamente disattivata per impostazione predefinita e viene attivata solo dall'utente.

La distinzione è dunque importante: la posizione può essere utilizzata per far funzionare Maps senza che questo significhi conservare una cronologia personale dei nostri spostamenti. Le diverse impostazioni di localizzazione, attività e Spostamenti determinano invece quali informazioni vengono conservate e per quali funzioni possono essere utilizzate.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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