Negli ultimi giorni si è sentita spesso la parola «dublinanti». Il motivo è che Paesi come Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi stanno avviando procedure per trasferire in Italia alcuni richiedenti asilo sbarcati nel nostro Paese e poi spostatisi in un altro Stato europeo. Una questione che riporta al centro il funzionamento delle regole europee sull’asilo e il ruolo dell’Italia nella gestione dei flussi migratori. Ne abbiamo parlato con Angelo Santagostino, già professore in Integrazione economica europea presso l'Università degli Studi di Brescia e presso la Ankara Yildirim Beyazit University. Il suo lavoro di ricerca è incentrato sull’integrazione europea e sul pensiero liberale classico.
Che cosa si intende con il termine «dublinante»?
Il termine «dublinante» si riferisce a quei migranti che, dal Paese di primo arrivo o di sbarco, si sono poi spostati, in modo irregolare, in un altro Paese dell’Unione europea. Una volta arrivati nel secondo Paese, presentano domanda di asilo, che possono avere già presentato nel Paese di primo arrivo oppure non avere ancora presentato.
Il termine deriva dalla Convenzione di Dublino. Su quale criterio si basava questo sistema?
La Convenzione di Dublino risale al 1990 ed è entrata in vigore, nella sua prima versione, nel 1997, subito dopo l’avvio dello spazio Schengen. Il principio fondamentale era attribuire al Paese di primo arrivo la responsabilità di ricevere e analizzare la domanda di asilo. L’obiettivo era evitare che uno stesso richiedente presentasse domanda in più Paesi, e il sistema era quindi strettamente connesso con l’entrata in vigore di Schengen.
Perché questo sistema è entrato in crisi?
In realtà non ha mai funzionato particolarmente bene. I tempi necessari per i trasferimenti erano lunghi, c’erano i ricorsi e veniva presentata una grande quantità di richieste di trasferimento. Alla fine, però, i trasferimenti effettivamente realizzati erano sempre molto limitati.
Le crisi migratorie del 2015 hanno rappresentato uno spartiacque?
Sì. Il sistema era nato negli anni Novanta, quando i flussi migratori erano ancora relativamente limitati e si riteneva che il Paese di primo arrivo potesse farsi carico della responsabilità delle domande di asilo. Nel 2015, soprattutto con la crisi siriana, la pressione è diventata molto forte per i Paesi di frontiera, come Italia e Grecia. Inoltre molti richiedenti asilo, in particolare i siriani, non erano interessati a restare in Italia, ma puntavano soprattutto alla Germania o comunque ai Paesi del Nord Europa. Ci si è quindi trovati davanti a flussi di dimensioni tali che nessuno Stato avrebbe potuto reggere da solo quella pressione. Questa situazione ha finito per generare anche un mancato rispetto delle regole europee.
Come si è arrivati alla situazione attuale, in cui Paesi come Svizzera, Germania o Austria chiedono di rimandare alcuni migranti in Italia?
Bisogna partire dal nuovo Patto sulla migrazione. Il nuovo regolamento non rappresenta un vero superamento di Dublino: il principio di base rimane quello della responsabilità del Paese di primo arrivo. Il nuovo sistema, però, prevede alcune circostanze nelle quali un Paese può decidere di non trasferire il richiedente in Italia e assumersi direttamente la responsabilità di esaminarne la domanda. Questo rappresenta una forma di solidarietà. A mio avviso, le richieste avanzate recentemente da Paesi come Germania, Svizzera, Austria e Finlandia cercano però di sfruttare una fase particolare: il nuovo regolamento facilita e rende più rapidi i trasferimenti verso il Paese di primo arrivo, mentre il meccanismo di solidarietà non è ancora pienamente operativo. Un Paese, per esempio la Germania, può decidere di trattenere il richiedente oppure di trasferirlo nel Paese di primo arrivo accompagnando il trasferimento con un sostegno finanziario. Ma questo meccanismo di solidarietà deve ancora essere definito pienamente dal Consiglio. C’è inoltre un altro problema interpretativo: bisogna capire se le nuove regole riguardino soltanto chi è arrivato dopo l’entrata in vigore del regolamento oppure anche chi era arrivato prima. Ogni Paese tende naturalmente a dare al regolamento l’interpretazione più favorevole ai propri interessi. Su questo punto, a mio avviso, soltanto la Corte di giustizia dell’Unione europea potrebbe fornire un’interpretazione definitiva.
Quanto margine di intervento ha oggi la Commissione europea sulle politiche migratorie?
Siamo di fronte al solito problema: la Commissione presenta le proposte, ma poi spetta agli Stati membri approvarle e applicarle. Anche dopo la crisi del 2015, la Commissione aveva avanzato proposte sulla redistribuzione dei migranti e sulla solidarietà tra gli Stati. Era prevista la riallocazione di circa 150-160 mila persone, ma il meccanismo, pur essendo stato approvato, è rimasto in larga parte lettera morta: soltanto una parte molto ridotta dei migranti previsti è stata effettivamente ricollocata in altri Paesi. Finora, quindi, anche quando le proposte sono state approvate, la loro applicazione è stata molto limitata. La Commissione può proporre, ma non è l’istituzione che decide da sola nell’ordinamento dell’Unione europea. Le decisioni spettano al Consiglio e, ormai nella maggior parte dei casi, anche al Parlamento europeo.
Quale riforma potrebbe rendere più efficace la gestione dei flussi migratori?
Posso avanzare alcune idee, anche se non si tratta di proposte strutturate. Per quanto riguarda il principio di Dublino, si potrebbe pensare che la responsabilità di esaminare una domanda di asilo non ricada necessariamente soltanto sul Paese di sbarco. Per esempio, si potrebbe prendere in considerazione anche il Paese in cui ha sede l’organizzazione non governativa che gestisce la nave sulla quale vengono accolti i migranti. Un’altra possibilità sarebbe lasciare a chi arriva la facoltà di indicare il Paese nel quale intende richiedere asilo. Molte persone arrivano in Italia per ragioni geografiche, ma non hanno intenzione di rimanervi. Possono avere comunità di riferimento, amici o parenti in Germania, Francia, Regno Unito o in altri Paesi europei. Il fenomeno si vede, per esempio, anche nell’area di Calais, dove ancora oggi ci sono persone che cercano di raggiungere il Regno Unito.
E nel medio-lungo periodo?
Credo che il modo migliore per gestire l’immigrazione sia creare nei Paesi di origine condizioni che possano offrire ai cittadini prospettive di vita dignitose, sia dal punto di vista materiale sia da quello sociale. Bisognerebbe, quindi, intervenire sulle cause stesse delle migrazioni. È però evidente che si tratta di un problema che non può essere risolto nel breve periodo e nemmeno facilmente nel medio termine.
L’Italia è semplicemente penalizzata dalla propria posizione geografica oppure ha anche delle responsabilità nella gestione dei flussi migratori?
È possibile che, proprio a causa della posizione geografica dell’Italia e dell’arrivo massiccio di migranti, non sia sempre stato possibile procedere alla registrazione e all’identificazione secondo quanto previsto dalle regole europee, inserendo correttamente tutti i dati nella banca dati creata a questo scopo. È anche possibile che alcune persone abbiano lasciato i centri di accoglienza e si siano spostate autonomamente. Gestire numeri molto elevati di persone è estremamente difficile. Oggi i flussi si stanno in parte riducendo, ma negli anni passati la situazione era molto complessa. Di fronte alle dimensioni del fenomeno, inoltre, l’Italia ha resistito alle richieste di riprendere in carico i migranti, nella consapevolezza di non essere in grado di sostenere da sola tutto il peso del sistema. A questo si è aggiunta la mancanza di solidarietà da parte degli altri Paesi europei, soprattutto dopo il 2015, quando il meccanismo di redistribuzione proposto dalla Commissione e approvato dal Consiglio è stato applicato soltanto in misura molto limitata.




