Accuse incrociate e smentite. Sono quelle che sono emerse tra alcuni degli imputati a dibattimento e uno di quelli che ha già definito la propria posizione in abbreviato nel corso del processo davanti alla Prima Sezione Penale del Tribunale di Brescia per la vicenda dell’introduzione in carcere di droga e denaro con la mediazione di una guardia.
Nell’udienza di mercoledì mattina sono state chieste precisazioni a Francesco Leone, condannato in abbreviato a sei anni, rispetto al movimento di denaro con altri due imputati, Sandro Monteleone e l’avvocato Alessandro Sacca.
La ricostruzione
Nella sua ricostruzione Leone ha spiegato che, con il prestigio che gli derivava dall’aver preso parte al sequestro dell’uomo di fiducia di Silvio Berlusconi, aveva ottenuto da Monteleone prestiti fino a 100mila euro per avviare un progetto per recuperare diversi milioni di euro che sarebbero stati custoditi in banche svizzere e che poi Monteleone avrebbe dovuto investire. Soldi che, secondo Leone, non c’erano. I fondi che aveva ottenuto per il fantomatico recupero sono stati usati per il sostentamento della sua famiglia. Secondo Leone, Monteleone avrebbe chiesto l’intervento dell’avvocato Sacca come garante dell’operazione.
Il primo a smentire, e ad annunciare querela, è stato Sacca che ha specificato di aver incontrato Leone in carcere su richiesta di Monteleone ma solo per parlare di misure di prevenzione, tema per il quale stava assistendo anche altri detenuti. Monteleone ha spiegato di essere stato costretto a dare soldi, che non aveva e a sua volta si è fatto prestare, a Leone dopo essere stato minacciato con foto e allusioni a cosa accade a chi non segue le sue istruzioni.




