Casini, quarant’anni di politica «Al centro dell’Aula»
È stata l’occasione (anche) per aprire l’album dei ricordi. «Nel 2008 ricordo una campagna elettorale sfinente. Giorno dopo giorno come Udc si perdevano consensi perché c’era la tendenza di oggi: pensare che fosse giusto il voto utile. In quel caso da una parte a Berlusconi e dall’altra a Veltroni. Alla fine arrivammo comunque al 6%», ricorda Pier Ferdinando Casini, ospite dell’associazione Orizzonti europei - in una sala gremita del distretto militare alla caserma Goito in città - per presentare il suo libro «Al centro dell’aula»: il racconto di una vita sulla scena. Dalla Prima Repubblica («il mio primo voto in Parlamento fu per Nilde Iotti» a oggi.
«Ho cominciato da giovane nell’allora Movimento sociale perché non mi riconoscevo nella Dc e nel Partito comunista», le parole - a proposito di ricordi - del ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, al fianco di Casini insieme all’ex sindaco di Brescia Emilio Del Bono e al deputato di Fratelli d’Italia Giangiacomo Calovini. Tutti concordi su un punto: discutere del futuro del centro in Italia.
«Nell’attuale sistema elettorale non vedo uno spazio per il centro» sentenzia Ciriani. «Astrattamente potrebbe anche esserci lo spazio, ma concretamente no», aggiunge Casini. «Non c’è uno spazio per un centro autonomo, ma sono perplesso che il bipolarismo da tifosi sia la strada corretta per riportare gli elettori a votare» è invece il pensiero di Del Bono.
Per Calovini - il più giovane sul palco - «la politica oggi non è più solo nelle aule. È in tv e sui social, ma è troppa urlata, ha troppi slogan che stanno allontanando la gente».
Dalla politica di casa nostra agli esteri.«Oggi nei rapporti internazionali passa l’idea che è la forza a determinare quello che succede ed è inaccettabile», secondo Casini. Per Del Bono: «Stiamo assistendo al picconamento della tutela dei diritti umani. Un segnale inedito nella sua dirompenza». Calovini prima e Ciriani poi spiegano: «Il tema del diritto internazionale non nasce con Donald Trump, ma bisognava già rifletterci un decennio fa». Per il ministro Ciriani «se si può sperare in una democrazia in Venezuela è solo perché gli Stati Uniti sono intervenuti in quel modo: arrogante, certo, ma che può portare a una nuova esistenza per la popolazione».
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