Un supplemento di sei anni di carcere «in continuazione» con una condanna del 1983. A distanza di oltre mezzo secolo la giustizia presenta il conto a Lauro Azzolini, l'anziano ex brigatista rosso imputato ad Alessandria per lo scontro a fuoco davanti alla Cascina Spiotta in cui perse la vita, nel 1975, il carabiniere Giovanni D'Alfonso.
La sentenza è stata pronunciata al termine di un processo innescato da un esposto di Bruno D'Alfonso, figlio del militare, che nel 2021 chiese alla procura di Torino di identificare lo sconosciuto «Mister X» che dopo la sparatoria era riuscito a far perdere le proprie tracce. Evitano l'ergastolo, invece, due dei capi storici delle Br, l'85enne Renato Curcio e l'80enne Mario Moretti.
I pubblici ministeri volevano che fossero dichiarati colpevoli di «concorso morale» nell'omicidio, ma i giudici hanno modificato l'accusa in «concorso in reato diverso da quello voluto» e hanno preso atto che, con questa formula, l'accusa è caduta in prescrizione.
«Alla fine – ha commentato Bruno D'Alfonso, che si è costituito parte civile – la giustizia è arrivata. Volevo che fossero individuate le responsabilità per la morte di mio padre e le responsabilità sono state individuate. Questa era la cosa più importante». Al fianco di Bruno c'era la mamma, Rachele: «Ho seguito l'udienza con il cuore e i ricordi rivolti verso mio marito. E mi pare che la verità sia emersa».
Nel 1975
La sparatoria si verificò durante il blitz che portò i carabinieri a liberare Vittorio Vallarino Gancia, un imprenditore vinicolo che era stato sequestrato dalle Br il giorno prima. Sul terreno, oltre a D'Alfonso, rimase Mara Cagol, moglie di Curcio. Il nome di Azzolini era circolato negli ambienti investigativi già all'epoca dei fatti. Lo si trova, per esempio, in una nota inviata il 9 giugno 1983 da un giudice istruttore di Alessandria ai carabinieri di Milano: il magistrato sosteneva che gli era stato indicato da due pentiti non meglio specificati. Nel 1987 il procedimento a carico del brigatista fu archiviato (a quanto pare la sentenza andò distrutta nell'alluvione che colpì Alessandria nel 1994).
Le nuove indagini, svolte dai carabinieri del Ros con il coordinamento dei pm Emilio Gatti e Ciro Santoriello, erano state bersagliate dalle aspre critiche partite dagli ambienti più vicini alle difese. Al processo è stato lo stesso Azzolini a spazzare via dubbi e teorie del complotto con pochissime parole rivolte direttamente a Bruno D'Alfonso: «Quel giorno ero alla Spiotta. Non doveva andare così. Mi dispiace».
Oggi l'83enne ex brigatista non era in aula: è rimasto nella sua Reggio Emilia «a ricordare – ha scritto sui social – i 5 compagni uccisi dal governo Dc-Msi» durante le proteste del 7 luglio 1960. Per lui i pm avevano chiesto 21 anni di carcere. I giudici hanno optato per un riconteggio basato sulla sentenza del 17 gennaio 1983 (relativa ai fatti di via Fani) della Corte di appello di Roma.
In aula
«Azzolini – ha commentato il suo legale, l'avvocato Davide Steccanella – ha dato alle parti civili quello che cercavano: un nome. Un Paese serio deve accertare fatti e responsabilità, ma dopo mezzo secolo non può “ingabbiare” un signore di 83 anni con una pena tanto alta da tradursi in una forma di vendetta. Credo che i giudici di Alessandria lo abbiano capito».

I pm avevano chiamato in causa Curcio e Moretti sostenendo che erano tra le «figure apicali» che ordinarono il rapimento di Gancia. «Una ricostruzione – ha dichiarato l'avvocato difensore Francesco Romeo – che contrasta con tutto quello che si sa sulla struttura delle Brigate Rosse del 1975. La sentenza sconfessa l'impianto accusatorio, anche se penso che ci fossero le condizioni per una piena assoluzione. In ogni caso, forse questo è un passo verso la chiusura di questa stagione».
Curcio, quando fu interrogato, chiese ai magistrati di indagare anche sulla morte di Mara Cagol. Il pm Gatti, al processo, ha spiegato che il groviglio di testimonianze e di elementi indiziari lacunosi o contraddittori è ormai inestricabile: «Gli accertamenti si potevano e si dovevano fare allora. Ma non furono fatti».



