La Brescia giovane che parte: in più di 73mila hanno scelto l’estero

Mentre la politica si concentra sempre di più su chi arriva, c’è un dato che continua a crescere con costanza metodica: è quello che racconta «l’Italia fuori dall’Italia» e, a cascata, chi saluta regione e provincia. Il ritratto di quell’altra «cittadina», quella degli «expat» (gli espatriati), è tutt’altro che simile all’atlante demografico che conosciamo: non è una Brescia che invecchia quella che cresce oltreconfine, ma una Brescia giovane che fa i bagagli, prende il futuro e se ne va.
L’identikit
Non si tratta di una «fuga drammatica» come nel Sud, non è neppure una «mobilità glamour» come a Milano. Qui scivola in sordina, mentre il motore della provincia continua a girare, quasi ignaro. Eppure no, non sono cifre blande: nell’ultimo decennio, il numero di coloro che hanno scelto un codice postale estero e che si sono iscritti all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) è raddoppiato.
La fascia prevalente è quella tra i 18 e i 34 anni, seguita dai 35-39enni. Non un’emigrazione di fine carriera, non una diaspora nostalgica. È l’età in cui si dovrebbe costruire il futuro: lavoro, casa, partecipazione civile e politica, opportunità.
Il conto complessivo è scritto nel «Rim», il Rapporto italiani nel mondo 2025 (il dossier annuale della Fondazione Migrantes presentato ieri nella Sala Libretti del GdB) e per la nostra provincia supera le 73mila persone: sono 73.144 per la precisione.
Il tasso di residenti all’estero ogni mille abitanti è cioè 58,01. Il report fornisce poi un’altra bussola numerica indicativa, eccola: tra il 2023 e il 2024 oltre seimila bresciani hanno trasferito la residenza all’estero; nello stesso periodo, meno di duemila sono rientrati. Il saldo migratorio è quindi negativo e, anche in questo caso, riguarda soprattutto i giovani tra i 18 e i 39 anni. Non è mobilità circolare (che dovrebbe essere il cuore dell’emigrazione), non è Erasmus prolungato: è una scelta dettata dal fatto che non ci sono le condizioni per tornare.
Il confronto con le altre province lombarde chiarisce la traiettoria: Sondrio supera i 156 iscritti Aire ogni mille abitanti; Mantova 121; Como 107; Varese 83; Milano 58; Pavia 58,6; Cremona 64,6; Lecco 60,44; Piacenza 87,6; Bergamo 69,6. Fatta eccezione che per Monza e Brianza (42), Brescia resta sotto la media. Non perché sia immune: è qualche curva più indietro. Milano ha un tasso simile, ma lì la partenza è un passaggio inserito in un mercato già internazionale.
A Brescia, invece, è più spesso una fuga silenziosa da un sistema percepito come chiuso. L’emigrazione contemporanea è descritta come una risposta a mancanze sistemiche: non partono solo aspiranti avventurosi, ma chi non trova spazio per i propri talenti e per accrescere le proprie esperienze. Brescia non fa eccezione in questo: salari che stentano a reggere il costo della vita, carriere lente, mobilità sociale percepita come bloccata. La provincia ha costruito benessere, ma non abbastanza prospettiva. La quota di laureati tra i giovani espatriati del Nord Italia è salita dal 36% al 50% negli ultimi anni. Tra il 2011 e il 2023, la Lombardia ha perso circa 23 miliardi di euro in capitale umano, risorse pubbliche investite in formazione che maturano altrove. In Italia il totale nazionale sfiora i 134 miliardi.
In tutto questo, l’Aire funziona anche come cartina di tornasole: le sanzioni per chi non si iscrive hanno fatto emergere flussi già esistenti. Ridurre l’aumento a un effetto amministrativo significherebbe ignorare la realtà: l’Italia perde cittadini in età attiva e, negli ultimi anni, l’Europa è la destinazione principale per il 73,7%.
Emigrazione e democrazia
È vero: essere e diventare cosmopoliti non è fuggire, è crescere. Ma resta il risvolto della medaglia: ogni giovane che parte e che non torna è più di una semplice statistica, è un’assenza politica, una voce che non pesa più sulle scelte locali. Se i cittadini italiani residenti all’estero ed iscritti all’Aire possono infatti votare dove si trovano (senza quindi rientrare in Italia) per scegliere i membri di Camera e Senato, per i referendum abrogativi e costituzionali e per le elezioni Europee, non possono invece farlo per Consigli regionali e comunali, né per i referendum locali e questo significa due cose.
La prima è che cambiano gli equilibri: un elettore giovane in meno significa meno pressione per servizi, cultura, welfare, mobilità urbana. Le scelte pubbliche finiscono per riflettere chi resta, spesso più anziano, più radicato e più conservatore nel percepito del territorio. La seconda sta in un rimpicciolimento della rappresentanza generazionale: la provincia può continuare a funzionare, i conti tornano, le imprese girano, ma chi poi si troverà a «guidare il futuro» non pesa più sulle decisioni che la riguardano direttamente. Ogni giovane che sceglie Berlino, Parigi o Zurigo spesso porta via anche il proprio voto locale.
Brescia continua a girare come un motore efficiente, ma una parte del suo tessuto sociale e politico si assottiglia. La democrazia diventa meno locale e più distante.
Il paradosso è evidente: la provincia esporta saperi, talenti, capitale umano, ma i giovani che li incarnano non possono più incidere sulle scuole, i servizi, l’economia che si lasciano alle spalle perché non siamo ancora riusciti a chiudere il cerchio dell’emigrazione: l’accoglienza nel momento del ritorno. E così l’assenza si fa doppia: nella città e nella città che decide.
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