Colera, nel Bresciano «nessun rischio per la popolazione»

«Non c’è nessun rischio per la popolazione». A chiarirlo, ai microfoni di Teletutto, è Danilo Cereda, dirigente dell’Unità organizzativa di prevenzione della Regione. Francesco Castelli, rettore dell’Università di Brescia nonché direttore della struttura complessa di Malattie Infettive e Tropicali dell’Asst Spedali Civili, ce lo conferma: «Non c’è nulla da temere circa la diffusione del batterio in un Paese come il nostro».
Il riferimento è al caso sospetto di colera individuato nei giorni scorsi alla Poliambulanza. Caso nei confronti del quale sono ancora in corso le analisi per verificare l’eventuale presenza della tossina e della malattia. Perché, se è vero che la persona arrivata dalla Nigeria con sintomi gastrointestinali è risultata positiva al batterio «Vibrio cholarae», è ancora da accertare se il ceppo isolato appartenga ai sierogruppi in grado di produrre la tossina che causa il colera (01 e 0139) o faccia parte di altri sierogruppi e quindi non si possa parlare di colera, ma di infezione da «Vibrio cholarae». In campo, oltre all’ospedale di via Bissolari, ci sono l’Ats di Brescia, la Regione e l’Istituto superiore di Sanità al quale sono stati affidati i campioni da analizzare.
La malattia
«Il colera è una malattia delle zone povere del mondo, si pensi al Sud-Est asiatico e all’Africa. La Nigeria, in particolare, ha registrato numerosi casi lo scorso anno», spiega il professor Castelli. L’infezione può essere contratta in seguito all’assunzione di acqua o alimenti contaminati da materiale fecale di individui infetti (malati, portatori sani o convalescenti). Nei Paesi in cui le condizioni igienico-sanitarie non sono buone «il batterio può raggiungere le falde idriche e contaminare gli alimenti».
Il sintomo principale è la diarrea: come spiega il professor Castelli «la tossina, agendo sulle cellule del rivestimento dell’intestino, richiama in quella zona l’acqua presente nel corpo. Ne consegue un’infezione diarroica acuta che può portare a uno squilibrio elettrolitico importante. Chi contrae la tossina può anche perdere dieci chili al giorno. La terapia consiste nella reintegrazione dei liquidi e dei sali persi e nel ricorso agli antibiotici. Cose non facili nei Paesi privi di una risposta sanitaria adeguata. Con effetti importanti in termini di mortalità».
Casi isolati
In Africa Occidentale, in due momenti diversi della sua carriera professionale, il prof. Castelli ha avuto a che fare con epidemie di colera. «Da noi, da questo punto di vista, non c’è nulla da temere – ribadisce il rettore –. Al massimo possiamo trovarci ad affrontare casi isolati di persone tornate da Paesi del Sud-Est asiatico o dell’Africa. In Italia resta quindi importante formare i nuovi medici relativamente a malattie legate a viaggi all’estero come il colera».
In tempi recenti in Italia è stato segnalato un caso nel 2019. Il sospetto del 2023 che riguardava un 71enne della Sardegna si era invece rivelato infondato: come aveva evidenziato l’Istituto superiore di Sanità, dai risultati delle analisi era emerso che «il ceppo batterico in esame apparteneva alla specie "Vibrio cholerae", ma non ai sierogruppi che causano colera». Di colera invece si era trattato a Napoli nel 1973: il consumo di cozze crude e frutti di mare contaminati aveva portato alla morte di 24 persone. Molto più grave fu ciò che accade nel Bresciano tra il 1836 e il 1848: un’epidemia di colera causò 10mila decessi.
A chi deve recarsi in Paesi attualmente a rischio il professor Castelli raccomanda il vaccino anti-colera e grande attenzione all’igiene nel consumo di acqua e alimenti.
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