A Brescia le case popolari stanno in piedi con lo scotch

Quanto tempo serve per poter dire di avere avuto pazienza? Tre mesi? Un anno? Cinque? Via Lamberti, quartiere Don Bosco, case popolari di proprietà del Comune. Quando le hanno realizzate correva l’anno 1907, una manutenzione generale attorno al 1950 e poi una lunga sfilza di rattoppi. Qui, il tempo della pazienza è lungo dieci anni: dieci anni di segnalazioni, di attese, di silenzi, di maniche rimboccate per arrangiarsi come si può.
Adesso che la tolleranza è erosa più che consumata, restano l’amaro in bocca e la sete di risposte. Per questo gli inquilini hanno chiamato Diritti per tutti e Umberto Gobbi: vogliono unirsi alla protesta degli altri palazzoni, da San Polo a San Bartolomeo e Casazza. Perché – dicono – «finita la pazienza, ci sentiamo presi per i fondelli».

Cellophane e rattoppi
Civico 12. La porta tiene solo perché qualcuno l’ha chiusa con lo scotch. Strisce larghe, grigie. Come se i segni del tempo, qui, potessero essere bendati. Come se le cose, per non cadere, bastasse tenerle ferme con le mani. La porta è di Ivonne, che come inquilina ha una onorata carriera di ben 24 anni: «Ma negli ultimi dieci – racconta – la situazione è precipitata. Non rispondono mai. Scriviamo, chiamiamo, mandiamo messaggi. È come parlare a un muro». Intorno, il muro cade davvero.

In casa di Manuela la cucina si è allagata più volte. Sul tetto, impregnato d’acqua, mancano le tegole. «Hanno messo del cellophane per isolare. Ogni volta che piove, entra acqua. La porta è completamente marcia, ho chiesto di sostituirla dieci anni fa e mi hanno risposto: comprala tu, poi avvisa Aler. Ma io quei soldi da anticipare non li ho. E se poi non me li rimborsano come faccio?». La casa è pubblica, la proprietà è del Comune (cui spetta la manutenzione strutturale), la gestione è dell’Aler. Il rimpallo è costante: non fa manutenzione, ma fa danno.

Paola vive qualche piano più sotto. Lei il cellophane ce l’ha nella parte alta delle tapparelle: «Il soffitto gocciola. Il divano l’ho trovato inzuppato d’acqua. La muffa torna, anche se la pulisco e se continuiamo a pitturare. Nessuno è venuto. Mai». Valeria, invece, sta all’ultimo piano, ma anche in pieno agosto cerca di non aprire le finestre: «I colombi entrano dai buchi del tetto, lasciano il guano sul pavimento e nel sottotetto, temiamo che possa accadere come a San Polo, che crolli tutto. Ci sono anche gli scarafaggi: io ho paura di ammalarmi. Ho scritto ovunque. Nessuno ascolta».
Una voce
I bambini non giocano più nel giardinetto, gli inquilini ormai lo osservano da lontano: dai muri esterni si staccano i calcinacci e le panchine sono sfinite dall’età. Le avevano riverniciate di verde insieme anni fa, da soli, poi il tempo le ha «mangiate» di nuovo. «L’erba la tagliano di rado, è uno spazio abbandonato e così bivaccano sempre i tossicodipendenti. Noi – raccontano – non possiamo che osservare tutto dalle finestre». In silenzio, come si guarda un posto che non è più tuo.

I tombini sprofondano e dalle voragini escono i topi. L’odore si attacca alla gola. I pavimenti, dentro le case, si sollevano, le caldaie si spengono per mesi. Una pensionata racconta di aver passato l’inverno senza riscaldamento: «Non ero morosa. Avevo solo pagato qualche giorno dopo, ma d’altra parte io devo aspettare il giorno dell’accredito della pensione». Le cantine sono rivestite di muffa: solo entrarci è un’impresa.

La situazione descritta da Ivonne, Paola e Manuela non è un’eccezione, è la regola. Nel cortile restano buchi. Alcuni alloggi sono vuoti, disabitati da tempo. Gli altri, invece, sono pieni di liste: richieste, segnalazioni, fotografie mandate a vuoto. «Dieci anni che aspettiamo. Ogni tanto qualcuno viene, guarda, prende nota. Poi sparisce» ripetono tutti. Giorgio ha il pavimento crepato e la porta che traballa, di acqua sotto i ponti ne ha vista passare parecchia e dice: «Questo non è solo degrado, è assenza di responsabilità».

Intanto gli inquilini hanno deciso di organizzarsi: una raccolta firme, un portavoce, la richiesta di un incontro. Ma non chiedono miracoli: solo un cronoprogramma, una presa d’atto, un inizio. Che qualcuno dica: ci siamo, vi vediamo. Perché ci si abitua a tutto, anche al freddo in camera, all’acqua che entra dal tetto, ai piccioni che ti guardano dal lampadario. Ma non ci si abitua al fatto che se hai poco, hai anche meno voce. La casa è un diritto, sì. Ma se cade a pezzi, è solo un guscio vuoto. E chi ci vive non è meno cittadino. Solo meno ascoltato.
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