Giuseppe Bignotti avrebbe 68 anni, Dario Cattina 61, Franco Sentimenti 71. Non hanno mai festeggiato questi compleanni perché sono morti trent’anni fa. Tecnicamente un incidente sul lavoro; in pratica una strage.
È curioso come le stragi abbiano sempre ore e date precise: stazione di Bologna 10.25 del 2 agosto 1980; Piazza Loggia di Brescia 10.12 del 28 maggio 1974; Piazza Fontana a Milano 16.37 del 12 dicembre 1969; diga del Vajont 22.39 del 9 ottobre 1963. Per Ghedi il Fato scelse la settimana di San Rocco, patrono del paese: giovedì 22 agosto 1996 alle 16.06. Sembra ieri.
Cos’era successo
Era uno di quei fiacchi pomeriggi che la Bassa regala a chi, invece di andare in ferie, rimane a casa. Sole e calma piatta: solo le cicale frinivano. Con la voglia di essere altrove, Giuseppe, Dario e Franco erano nel capannone 99 della Sei, la Società esplosivi industriali, in via Gavardo: reparto fusione, dove si caricavano gli ordigni per i cacciabombardieri della Nato.
Insieme con il Cotonificio del Mella, la Sei era uno dei due storici opifici del paese. Fondata nella prima metà del secolo scorso, produceva esplosivi civili destinati a cave, miniere e lavori stradali. In seguito legò l’attività anche alla produzione e al caricamento di munizioni e ordigni militari. Questa seconda «linea» non piaceva a tutti, ma tant’è: la Sei ha sempre tirato dritto, dando lavoro a tante persone, ghedesi e no. Tra queste Giuseppe, Dario e Franco.

Il boato
Torniamo al 22 agosto. Alle 16.06 un boato, che sentirono a chilometri di distanza, squassò la «polveriera» (così tutti chiamavano quella fabbrica). L’esplosione fece tremare il paese: i vetri di alcune case e alcuni negozi andarono in frantumi, le cicale smisero di frinire e una nube scura si alzò nel cielo di via Gavardo.
Colpiti dalla deflagrazione, Giuseppe, Dario e Franco, che stavano semplicemente facendo il loro lavoro, non ebbero scampo: un attimo, poi il buio. «Non se ne sono neanche accorti», dirà qualcuno. Forse era solo una bugia pietosa, ma tutti vollero crederci. Lo scoppio provocò pure 3 feriti, che, un po’ in disparte, se la cavarono.
La notizia
Come l’acqua che, rotta la diga, travolge tutto, la notizia inondò il paese: «Alla polveriera è scoppiata una bomba. Ci sono morti e feriti». In auto, in bici, a piedi: tutti alla Sei. Non potendo raggiungere i capannoni perché l’area era circondata da una muraglia, la gente si fermò davanti al cancello d’ingresso. Qualcuno pregava. Chi aveva parenti o amici che lavoravano alla polveriera chiedeva i nomi delle vittime. Molti piangevano. Su tutto le sirene dei mezzi di soccorso.

Nei giorni successivi le bare con le salme di Giuseppe, Dario e Franco vennero portate nella sala consiliare del Comune, una accanto all’altra, come è giusto per tre colleghi e amici a cui il destino ha riservato la stessa tragica fine. Il funerale venne celebrato nella vicina chiesa parrocchiale che, benché grande, non riuscì a contenere tutte le persone venute da ogni dove per piangere e dare l’estremo saluto alle 3 vittime.
L’incontro
Per ricordarle, alle 16.06 di sabato 22 agosto, gli ex colleghi e amici hanno organizzato un sit in: non alla ex Sei, che, essendo semi cantierata in previsione dei lavori che dovrebbero trasformarla in un grande centro produttivo, potrebbe risultare pericoloso, ma al parco del quartiere Cave, appena dopo il passaggio a livello di via Castenedolo. In linea d’aria un chilometro o poco più.

«Tutti gli anni – dice Giorgio Bignotti, cugino di Giuseppe e operaio (in pensione) alla Sei –, noi ex dipendenti ci troviamo il giorno di Santa Barbara, protettrice di artificieri e minatori. In occasione del trentennale della tragedia abbiamo organizzato questo semplice incontro per onorare la memoria dei nostri amici e colleghi. Niente di particolare: qualche minuto di raccoglimento, due parole del parroco don Lucio Sala, due del vicesindaco Giovanni Cazzavacca…».
Poche parole e tanto silenzio. Lo stesso tragico silenzio di quel pomeriggio del 22 agosto ‘96, negli istanti successivi alle 16.06, quando, all’improvviso, anche le cicale smisero di frinire.



