Roald Dahl fece dichiarazioni antisemite. J.K. Rowling è ormai apertamente transfobica. Caravaggio uccise Ranuccio Tomassoni. Per non parlare di Roman Polanski, P. Diddy, Kanye West... Come si può continuare ad ascoltare i brani musicali, leggere i libri o amare le opere di chi ha posizioni discutibili o di chi, addirittura, s’è macchiato di orrendi crimini? Negli ultimi tempi ce lo si chiede sempre più di frequente e Claire Dederer ha anche scritto un libro, «Monsters», per capire come porsi di fronte alla bella arte fatta da cattive persone.
Il Bigio
Ecco: il Bigio è un po’ l’Harry Potter di Brescia. Il «Pianista» di piazza Vittoria. La «Fabbrica di cioccolato» del centro storico. Un’opera d’arte che divide per le idee politiche del suo autore, oltre che per la sua genesi. In questo caso parliamo di Arturo Dazzi, scultore che durante il regime fascista divenne uno degli artisti che più incarnavano l’estetica, la retorica e la propaganda mussoliniane. Anche nel Bigio realizzato tra il 1931 e il 1932 per piazza della Vittoria di Brescia si coglie tutto questo: doveva rappresentare esattamente l’epoca fascista e i suoi valori condensandoli in quel colosso alto più di sette metri che ora si trova in un magazzino comunale. Non vede la luce dal 1945, ma è da allora che fa discutere. Al suo posto – temporaneamente, si diceva, ma si continua a rimandarne il trasloco – c’è la Stele di Mimmo Paladino, un monolite nero che ricorda le sembianze del Bigio, ma che il Bigio non è.
Arte, bravura e politica
Certo, il paragone finisce qui, perché di J.K. Rowling e gli altri quasi nessuno mette in dubbio la bravura, mentre nel caso del Bigio del Dazzi a dividere sono anche le opinioni sull’effettivo valore dell’opera. Nessuno urla al capolavoro, ma se per qualcuno è mediocre (se non addirittura brutta), per altri ha un valore indiscutibile e per questo meriterebbe di tornare al suo posto originario, perché patrimonio culturale e memoria storica di una città che, volente o nolente, quella memoria ce l’ha già negli occhi, dato che la stessa piazza Vittoria è d’estetica fascista.
Chi lo rivuole lì sostiene inoltre l’idea che l’arte non sia di destra o di sinistra; affermazione contestata e confutata da chi invece ha ben chiaro che l’arte non è mai apolitica, ma, anzi, politicissima e sociale, espressiva e affermativa in un senso o nell’altro. Il futuro del Bigio continua quindi a restare in sospeso. Anzi, sdraiato, lì nella grande cassa che riposa in un magazzino di via Rose.




