Guidesi: «Brescia, protagonista globale se saprà anticipare i tempi»

L’assessore regionale allo Sviluppo economico: «C’è un’identità produttiva precisa e potrebbe diventare riferimento internazionale»
Guido Guidesi - © www.giornaledibrescia.it
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Assessore, i dati economici mostrano segnali di ripresa, soprattutto nel manifatturiero, ma cresce anche la cassa integrazione. Sotto il profilo economico, che autunno sarà per la Lombardia e il Bresciano?

Il dato occupazionale resta da record, perciò considero fisiologico un ricorso più ampio agli ammortizzatori sociali in una fase di rallentamento. Non parliamo di una crisi generalizzata: i casi aziendali più gravi sono pochi e riguardano settori specifici, come l’automotive. In generale però, i segnali dal manifatturiero sono incoraggianti: ora serve consolidarli. Serve più pianificazione. E purtroppo siamo appesi a questioni sovraregionali.

Appunto. Il quadro geopolitico resta molto incerto. Tra dazi e tensioni internazionali, come si può pianificare?

L’accordo sui dazi tra Europa e Stati Uniti è stato il male minore, ma resta un male. I dazi non c’erano, ora ci sono, e questo penalizza le nostre esportazioni. Al tempo stesso può essere l’occasione per rilanciare il patto atlantico in chiave commerciale: le imprese lombarde hanno bisogno di mercati più ampi. Alcuni passaggi dell’accordo mettono in luce rigidità e dirigismo regolatorio europeo che ostacolano la competitività. Sta a noi ridurre l’impatto delle variabili esterne e fare bene la nostra parte.

In che modo?

Abbiamo messo in campo strumenti mirati. Penso alle filiere e alle «Zone di innovazione e sviluppo», che presenteremo in autunno con il presidente Fontana. L’obiettivo è valorizzare un potenziale ancora inespresso: la Lombardia ha numeri da primato, ma manca una vera sinergia tra i diversi saperi di cui disponiamo.

Che cosa intende per sinergia?

Non solo aziende: anche ricerca, formazione, credito. Finora si è ragionato troppo per categorie - artigiani, commercianti, industriali - mentre noi dobbiamo guardare ai settori nel loro insieme. Ogni settore comprende le imprese e tutto ciò che le sostiene, dalle università agli istituti finanziari. È questo il salto di qualità che può rafforzare la competitività lombarda in un contesto globale difficile e mutevole.

Innovazione e aeroporto: Brescia appare in affanno. Come lo valuta?

Cominciamo con il precisare che l’aeroporto non è fermo: ha ottenuto l’approvazione del master plan, quindi il concessionario non ha più alibi. Ora ha la possibilità - e la responsabilità - di mettere a terra gli investimenti previsti. Brescia non può rinunciare a una struttura che è indispensabile per un territorio manifatturiero. Penso anche al potenziale agroalimentare: quello scalo potrebbe diventare l’hub dell’intera pianura padana. Abbiamo avuto rassicurazioni dal concessionario: ora attendiamo i fatti.

E la cittadella dell’innovazione?

Non può essere un’operazione immobiliare. Un vero centro di innovazione, oggi, deve essere autonomo nella gestione e aperto alla collaborazione. Lo immagino come un co-working in cui grandi imprese, piccole aziende e università condividono esperienze e tecnologie. L’innovazione nasce se il valore aggiunto diventa patrimonio comune, superando i confini aziendali. Altrimenti serve una specializzazione verticale: un hub globale per un settore preciso, incrociando il progetto delle Zone di innovazione e sviluppo della Regione. In ogni caso è fondamentale il coinvolgimento dell’università: senza ricerca, il legame con le imprese e la competitività rischiano di restare sulla carta.

Le università già collaborano con le grandi imprese…

Sì, ma su commessa. Il salto di qualità sta nel mettere la ricerca a disposizione di tutto il sistema produttivo. Penso a un settore chiave come la siderurgia: Brescia ha un’identità produttiva precisa e potrebbe diventare riferimento internazionale. L’università bresciana potrebbe essere il motore di una cittadella dell’innovazione nella siderurgia, capace di dialogare con Baviera, Catalogna o Stati Uniti.

C’è il rischio che la cittadella dell’innovazione non si connetta con le Zone di innovazione regionali?

Non ho aggiornamenti sul progetto bresciano. Le Zone di innovazione che stiamo sviluppando in Regione non prevedono necessariamente sedi fisiche, ma possono averle. L’importante è che non sia la sede a guidare il progetto, bensì l’idea strategica. Prima serve un piano condiviso, poi viene l’infrastruttura.

In sintesi, qual è la ricetta per il futuro competitivo di Brescia?

Anticipare i tempi. Servono le idee degli imprenditori, la ricerca universitaria, la qualità del lavoro e l’accesso al credito. Brescia ha tutte le condizioni per farcela, ma occorre un cambio di mentalità: più apertura, più collaborazione e meno particolarismi. L’innovazione non è un concetto astratto: è la chiave per restare protagonisti a livello globale».

Automotive: come giudica il nuovo corso della commissione europea guidata da Ursula von der Leyen?

All’inizio abbiamo visto segnali positivi: la «bussola della competitività», i piani di settore, i cento giorni. Sembrava che le esigenze produttive fossero finalmente ascoltate. In realtà, non c’è stato alcun cambiamento regolatorio rispetto alla precedente Commissione. Per questo siamo delusi. Ancora più grave: al tavolo europeo sull’automotive del 12 settembre è stata rifiutata la partecipazione della Conferenza delle Regioni, che rappresento e sapete il perché? Troppo lungo l’elenco dei relatori... mancanza di spazio, insomma. In ogni caso un grave errore: il confronto con i territori è essenziale. Senza, chi si proclama difensore dell’Europa finirà per minarne la stessa credibilità.

Quali sono, secondo lei, le priorità su questo dossier?

Due. La prima: superare l’idea che esista una sola strada, quella dell’elettrico. Imporre un’unica tecnologia significa annullare la capacità innovativa dei territori. Noi potremmo raggiungere gli stessi obiettivi ambientali percorrendo più vie, salvaguardando la filiera industriale. La seconda: cancellare la scadenza del 2035 come termine ultimo per la vendita di auto non elettriche. Parliamo di un settore che occupa 13 milioni di lavoratori in Europa. Difendere l’automotive significa difendere il cuore produttivo del continente.

Il caso Iveco: l’ingresso di investitori stranieri è inevitabile?

Non ho pregiudizi. La globalizzazione ci porta a confrontarci con nuovi assetti proprietari e la Lombardia deve essere attrattiva. Il prossimo anno presenteremo un piano regionale per l’attrazione degli investimenti. L’importante è valutare gli investitori sul campo, capire le loro intenzioni e verificare che valorizzino le nostre competenze. In Lombardia abbiamo due stabilimenti Iveco di altissimo livello, con know-how, efficienza e capacità produttiva: sono un patrimonio che può fare la differenza. Se Tata Motors porterà a termine l’acquisto, dovrà puntare su questi punti di forza e chiarire le scelte su innovazione e nuovi prodotti. Io sono prudente ma speranzoso: una nuova proprietà può rimettere in moto un catalogo prodotti rimasto troppo fermo.

Assessore, a Rimini lei ha denunciato il rischio di una centralizzazione del centrodestra che rischia di smarrire la sua natura popolare e sussidiaria. Cosa intende?

Il centrodestra nasce su basi valoriali, ma anche metodologiche: governare con un mandato popolare significa mettere le istituzioni al servizio dei cittadini. Oggi, invece, avverto la tentazione di un percorso opposto: i cittadini al servizio delle istituzioni. Lo vedo quando si parla di centralizzazione dei fondi di coesione o degli incentivi alle imprese. Con la scusa della semplificazione si rischia di togliere ai territori la loro capacità decisionale. Io credo, invece, che il centrodestra debba restare sussidiario, partire dalle comunità locali e valorizzarne le differenze. Solo così si mette davvero la persona al centro, evitando dirigismo e omologazione: sono gli stessi rischi che contestiamo all’Europa.

Si dice che lei sia il «meno salviniano» tra i lombardi della Lega. È così?

Ho un rapporto ottimo e franco con Matteo Salvini. È stato lui a chiamarmi quando sono diventato sottosegretario e quando mi è stato chiesto di lasciare il Parlamento per fare l’assessore. Ho rispetto delle gerarchie e rivendico con naturalezza i temi storici della Lega: federalismo, autonomia, comunità, territorio. Mi stupisce quando qualcuno li considera divisivi: per noi sono fondativi. Sono loro semmai che hanno sbagliato casa. La Lega è ancora l’unico movimento federalista in Parlamento e ha la responsabilità di tramandare questo patrimonio.

Lei è a metà mandato: ci dica un obiettivo raggiunto e un cruccio ancora aperto.

Una cosa di cui sono molto orgoglioso è il protagonismo europeo della Regione Lombardia: quando vedo come ospite all’assemblea di Confindustria di Brescia e Bergamo il mio omologo bavarese, capisco che siamo andati nella giusta direzione. Un cruccio? La Lombardia troppe poche volte ha un’unica voce, a differenza di altri territori: quando si discute degli interessi della Lombardia non si può essere di centro destra o di centrosinistra, e neppure o assessore o banchiere o imprenditore. Si deve essere lombardi. Punto e basta.

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