Cosa ci dice quella foglia di ontano di 4.000 anni scoperta al Lucone

Che importanza può avere una foglia che cade? Nessuna. Finisce per terra, si rinsecchisce, si consuma e ritorna nel ciclo naturale che l’ha generata, senza alcun rumore se non qualche scricchiolio, senza lasciare segno di sé.
Questo è ciò che in genere pensiamo. Sbagliando. Perché una foglia caduta può durare per sempre, diventando metafora di una civiltà e se vogliamo della vita stessa, che continua e si rinnova lasciando qua e là segni del suo passaggio.
Poesia? No, archeologia di nuova generazione, la quale consente, attraverso lo studio degli strati di uno scavo, di datare in modo preciso i siti e i materiali che vengono ritrovati.
A ben vedere poesia e archeologia si fondono in questa foglia di ontano trovata in fondo al settore di scavo del Lucone di Polpenazze in cui gli studiosi lavorano da diciotto anni (scavo diventato maggiorenne), che nulla sono di fronte all’età della foglia, che di anni ne ha quattromila.
Ha aspettato lì per tutta la Storia, fino a pochi giorni fa, quando è stata trovata laggiù, alla base della palafitta. Chissà da quale ramo si è staccata. È rimasta lì tutto questo tempo e le è passato sopra il mondo, eppure sembra caduta lo scorso autunno.
Si è conservata come tanti altri materiali deperibili (legno, semi, tessuti, bacche e così via) per via della torba, che ha la virtù di preservare ciò che l’aria e l’acqua e il tempo distruggono, ma in lei c’è qualcosa di speciale.
Una profondità intrinseca, per il punto in cui si è posizionata, e metafisica, per il significato che riveste tale ritrovamento. Parliamo di una foglia, la quale nell’immaginario collettivo è sinonimo di caducità: un giorno è sull’albero, un giorno cade e infine si disperde nel nulla. È simbolo d’incertezza, di ciò che passa, tant’è che più volte i poeti paragonano le foglie alla vita dell’Uomo, incerta come la nostra.
Invece Giusi la foglia è lì, tutta accartocciata ma ancora presente, monito di resistenza e resilienza, a dimostrare che, come diceva Giuseppe (da cui Giusi) Ungaretti, «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», ma il desiderio comune è sopravvivere.
Quindi, per renderle l’onore che merita, non dobbiamo arrenderci, bensì insistere per cercare di lasciare qualcosa che sia testimonianza del nostro transito sulla Terra.
Logica, scienza e buonsenso suggeriscono che sia arrivata a noi per caso, sfuggendo all’ineluttabile destino di oblio di ogni foglia che cade. Eppure il fatto che lei sia giunta a noi insinua il dubbio che tutto sia possibile, che esista una Volontà che sfugge al nostro controllo e va oltre ciò che ci aspettiamo.
Se lei in qualche modo ce l’ha fatta ad arrivare fin qui anche noi in qualche modo possiamo farcela ad arrivare lontano, come una foglia di ontano. «Tale e quale la stirpe delle foglie è la stirpe degli uomini» (Omero, uno che è arrivato fin qui, appunto).
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