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Brescia e Hinterland

24-02-2020 // 24-02-2021

Un anno di pandemia: D come Dpcm e Dad


Giuseppe Conte mentre firma uno dei 19 Dpcm sul fronte Covid - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Giuseppe Conte mentre firma uno dei 19 Dpcm sul fronte Covid - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Dpcm e decreti legge

Quella della decretazione d'urgenza è piaga antica nel Bel Paese. Una prassi spesso invalsa, sin dalla notte della Prima repubblica, altrettanto spesso additata a esempio di mala gestione dalle opposizioni del momento.

E poteva forse una situazione estrema e di urgenze permeata non amplificare il ricorso a decreti di ogni tipo? La pandemia ha svelato a una moltitudine di cittadini l'esistenza dei Dpcm, acronimo di Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, divenuto sinistramente familiare. Non è un caso che l'inizio dell'emergenza coronavirus coincida con l'entrata in vigore del primo Dpcm, quello datato 23 febbraio 2020 che istituiva le zone rosse di Codogno e Vo' Euganeo.

Il testo del Dpcm - Foto © www.giornaledibrescia.it

A due soli giorni più tardi risale quello che ha sospeso l'attività scolastica e sportiva. Tra l'8 e l'11 marzo ecco i Dpcm che sanciscono lockdown e fase più drammatica. Il decreto varato da Conte il 26 aprile, invece, è quello al quale molti affidarono attese e speranze: riapriva i negozi e ripristinava la la libera circolazione in Italia. Non la ripresa delle lezioni in presenza. In totale i Dpcm ammontano a 19: l'ultimo, datato 14 gennaio, scadrà il 5 marzo prossimo. Poi spetterà a Draghi introdurne di nuovi (in un caso già lo ha fatto) o scegliere altre vie. E il fatto che sin dalle recenti Consultazioni, il tema della decretazione sia stato oggetto di dibattito è eloquente.

Tanto più che ai Dpcm va aggiunto, in una stagione eccezionale sotto ogni profilo, anche un numero record di Decreti legge in dodici mesi, 22 tra Cura Italia, Ristori, Rilancio, ecc. per limitarci a quelli legati alla pandemia. Il Parlamento ha avuto qualche motivo di sentirsi attore non protagonista. Ma se la democrazia è di suo fonte di complessità, la fragilità degli orizzonti politici e della consistenza numerica delle maggioranze potrebbe presentarsi come male italico e criticità sulla quale riflettere anche per future emergenze.
Gianluca Gallinari

Dad

Un ragazzo segue una lezione a distanza - © www.giornaledibrescia.it

Nel suo intervento al Senato, primo atto formale del Presidente del Consiglio in vista della fiducia, Draghi ha evidenziato un dato: nel corso del passato anno scolastico, per poco meno di metà svolto integralmente in Dad, solo il 61% degli studenti delle superiori ha potuto fruirne con continuità. E non parliamo di qualche giorno, ma fatti due conti, di oltre 150 giorni spalmati su due anni scolastici. Mi è venuto in mente il racconto di un amico che insegna in un istituto della Bassa. Un suo studente, famiglia di onesti lavoratori ma con limitate possibilità, frequentava assieme ad altri due fratelli come lui costretti alla Dad, in una casa di piccole dimensioni. Condivideva con loro, come aula di fortuna, una stanza in cui riecheggiavano frammenti di lezioni del programma di anni diversi, si contendevano come lavagna, cattedra, banco e qualunque altra cosa possa essere utile in una lezione, un pc e uno smartphone. Due supporti in tre. E la matematica purtroppo non è un’opinione, bonus o non bonus. Lui ha cercato di sanare la situazione, ma sulla qualità della connessione, in una zona di aperta campagna purtroppo non ben coperta, poco ha potuto.

Un esempio dei tanti che vengono dalla quotidianità di migliaia di insegnanti e studenti, che colti in molti casi alla sprovvista, sono stati chiamati ad una rivoluzione senza data di scadenza. Il sistema scuola, in qualche modo, ha fatto. E si è rivelato più pronto di altri settori del Paese. Come quello dei trasporti. È finita che ai nostri ragazzi abbiamo dato banchi a rotelle, spesso inutili e inutilizzati, invece che autobus in numero adeguato con i quali raggiungere i rispettivi istituti in sicurezza e senza affollamento. La sintesi l’ha offerta l’intervento di uno dei ragazzi che hanno stimolato il dibattito attorno al sondaggio Gioventù e pandemia, Giacomo Arcaro, studente del liceo Fermi di Salò: «Più che una Dad, una "Tad": è stato "tutto a distanza" in questi mesi. La scuola, le amicizie, lo sport. Abbiamo dovuto reinventarci da capo. E la verità è che ci siamo sentiti spesso soli e arrabbiati per non essere mai stati ascoltati». Draghi pare dare priorità alla scuola. Speriamo che raccolga questo segnale e quello venuto dai ragazzi coi banchi al freddo fuori dagli istituti per protesta.
Gianluca Gallinari

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