Chiamarsi con il proprio nome per qualcuno è un problema. Perché se per caso è in una lingua che per alcuni è sinonimo di «Paese straniero, povero, quindi da allontanare», allora può succedere che trovare casa sia infattibile. È successo a tre 30enni di Brescia, che in comune hanno le origini africane e la brutta esperienza di essersi visti rifiutare un affitto dopo l’altro perché «i proprietari non vogliono stranieri».
Le storie
La prima «straniera» è una cittadina italiana, si chiama Karima Naoui, fa l’operatrice socio-sanitaria al Fatebenefratelli e nel tempo extra la tata per due bambini con autismo («se non sei nato in Italia devi sempre dimostrare il doppio»). Nel Duemila la sua famiglia è arrivata a Bozzolo, in provincia di Mantova, dove Naoui si è affermata come atleta junior della Fidal. Due anni fa è stata assunta dall’istituto bresciano, da maggio 2022 con contratto a tempo indeterminato, e ha deciso di trasferirsi qui.
«Dopo una prima truffa, sono riuscita a trovare una stanza con due studentesse, ma ora vorrei vivere da sola. Peccato che sia impossibile - racconta Karima Naoui -. Ho fatto centinaia di chiamate per un monolocale, ma non appena dico il mio nome sento accampare scuse assurde, come "l’appartamento non è più disponibile" anche se l’annuncio è ancora online». Poi però alla collega con il nome italiano che prova a rispondere alla stessa offerta viene proposta una visita. «Ero anche disposta a pagare l’affitto di un anno intero in anticipo, ma niente. Possibile sentirmi straniera nel mio Paese perché non ho nome e cognome abbastanza italiani?».
Nome falso per visitare la casa
Se lo chiede anche Mahel Diouf, nato in Senegal e cresciuto dai 7 anni prima a Cologne poi a Brescia, dove lavora come commesso da Frisco. Lui una casa l’ha trovata, ma dopo due anni di ricerca e solo grazie a un passaparola tra conoscenti: «Finché mi presentavo con il mio nome, mi rispondevano che il posto era già stato preso da qualcun altro. Era palese che fosse una bugia, così un giorno ho provato a usare un nome italiano - ho l’accento bresciano -, e guarda un po’? Mi hanno subito invitato a visitare la casa».
Per Diouf il muro di diffidenza verso chi è nato in altri Paesi ha però chiare differenze generazionali: «In negozio ho molto a che fare con ragazzi giovani, che non si pongono il problema della mia nazionalità. Tanti adulti invece sì: lo intuisco da come mi parlano, più lentamente perché pensano che non capisca, o se fanno lo sguardo sorpreso quando realizzano che il commesso di turno sono io. Come se fosse strano che sia io quello che si relaziona alle persone. È gente che non ha ancora interiorizzato il concetto delle seconde generazioni e considera ancora chi ha la pelle di un altro colore uno straniero».
Dati
Secondo l’Istat (2021) i residenti a Brescia di origine straniera sono 37.492 su 196.858, cioè il 19%. Tra questi però ci sono ormai anche molti ragazzi e bambini nati in un altro Paese ma cresciuti qui e quindi, come Mahel, bresciani. Eppure non basta ancora ad abbattere l’idea che siano diversi e come tali da tenere distanti. O di sicuro, non in casa propria.
Slim Gong però rimane positivo. Anche lui, della Mauritania e a Brescia da 13 anni, non trova casa ma confida in una svolta. Racconta di aver chiesto indietro 300 euro a un’agenzia immobiliare perché in quattro mesi non è riuscita a trovargli un appartamento. «Ho un contratto indeterminato, posso pagare la caparra, ma non basta mai perché ho un nome straniero. Però prima o poi una casa la trovo» dice al telefono mentre gira per il centro in cerca di un appartamento.
Davvero servono un nome e un cognome «italiani», come ci ha chiesto Karima in una lettera, per trovare un monolocale?
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