Ha suscitato acceso dibattito la richiesta del pm bresciano di assolvere un immigrato accusato di maltrattamenti ai danni della moglie facendo riferimento anche a «ragioni di natura culturale».
Risulta semplicistico - in un contesto ampio qual è quello dei «reati culturalmente motivati», terreno scivoloso oggetto di studi a più livelli del sapere - affidarsi soltanto alla scorciatoia dell’indignazione. Ci sono punti fermi, tuttavia, che anche in una società multiculturale, qual è diventata la nostra, non possono essere disattesi. Sono i diritti umani, bussola di orientamento del cosmopolitismo, giusti o giuridicamente validi su un pianto etico-razionale per tutti e perciò applicabili in tutto il mondo. Non dovrebbero esistere dubbi sul fatto che l’adesione al modello multiculturalista non significhi tollerare comportamenti che, pur se radicandosi in una data cultura, attentino ai diritti fondamentali dell’individuo. Non c’è retaggio culturale che tenga di fronte alla violazione dei diritti di un essere umano e della sua dignità. Non c’è retaggio culturale che tenga di fronte alle minacce, agli abusi e alle botte.



