Brescia e Hinterland

Sos adolescenti: chiusi in camera, stanchi e in cerca di allegria

L’isolamento nell’anno del Covid ha spento in molti sogni e spensieratezza. La difficoltà di relazionarsi
Bambini e ragazzini che fanno attività di gruppo - © www.giornaledibrescia.it
Bambini e ragazzini che fanno attività di gruppo - © www.giornaledibrescia.it

Rivogliono l’allegria e la leggerezza che hanno perduto in questo anno disgraziato fra chiusure e ritorni, lontani da amici e adulti. Sono stanchi, incerti, preoccupati.

Fragili dal punto di vista psicologico. Faticano a uscire, abituati al nido sicuro della propria cameretta. Le relazioni con l’esterno fanno paura: c’è il nemico sconosciuto, il Covid, e c’è la desuetudine all’incontro con l’altro. Non per tutti, non sempre, ma i segni di un profondo disagio fra i pre adolescenti e gli adolescenti sono marcati.

Lo dicono con forza gli operatori e i responsabili dei sette Centri di aggregazione giovanile (Cag) di Brescia che collaborano con il Comune, tracciando uno scenario fosco che va oltre il loro orizzonte. È un grido di allarme sulla necessità di maggiore attenzione a livello nazionale: perché il futuro dei ragazzi non si gioca solo nell’ambito scolastico. «Nell’anno della pandemia - racconta Simone Spini (Cag Sfera celeste) - abbiamo dovuto riorganizzare continuamente il servizio per il cambio delle situazioni e dei protocolli». Un’esperienza comune a tutti. «Tante energie sprecate, tanto lavoro di programmazione da rifare». Soprattutto negli ultimi mesi, con il va e vieni dei colori. Adesso la situazione è stabile e per l’estate si pensa di replicare il modello del 2020: gruppi fissi, le bolle tracciabili, con un operatore ogni 15 ragazzi.

«Vogliamo uscire, portare fuori i nostri bambini, andare al mare, costruire per loro esperienze di vita» dice Noemi Bonardi (Cag Razzetti). «Ci chiedono di recuperare la spensieratezza che hanno perduto». Gli adolescenti che frequentano i Cag non sono gli stessi di prima. Nel carattere, nei comportamenti. «Dopo il primo lockdown, le nuove chiusure hanno generato un altro sovraccarico di fatica, che si è trasformato in blocco emotivo», spiega Gianni Tranfa (Cag Pavoniana). «Tanti non vogliono più uscire di casa». Non solo. «Registriamo un livello di conflittualità molto alto fra i ragazzi e con i familiari. Ci sono genitori che vengono da noi e ci chiedono cosa sta succedendo».

È l’effetto chiusura-isolamento, che si amplifica in contesti sociali e familiari talvolta già fragili in partenza. Purtroppo crescono anche le segnalazioni al servizio di neuropsichiatria.

Persi. «Chi è rimasto viene volentieri» dice Daniel Massa (Cag delle parrocchie S. Faustino e S. Giovanni). «Ma dove sono i ragazzi che abbiamo perso? Come recuperarli?». Soprattutto quelli più grandi, di prima e seconda superiore. «Li vedo nei parchi, in situazioni di rischio, mescolati a giovani e adulti in una eterogeneità pericolosa. Ora non riusciamo a raggiungerli e in futuro sarà ancora più difficile». C’è un forte «disagio al Carmine, piazza S. Faustino vive un degrado non indifferente».

Ci sono anche elementi positivi: «Tante famiglie italiane di S. Faustino stanno tornando, hanno ripreso il legame con il Cag». Mancano i sogni. C’è uno «spegnimento della sfera della vitalità» rincalza Noemi Bonardi. «I ragazzi sono molto disinteressati, c’è un crollo dell’attenzione verso la scuola. Quest’anno temono la bocciatura». Al Razzetti la situazione è ancora più delicata. «Accogliamo tutti figli di migranti, tredici etnie, in particolari pakistani e indiani», afferma Noemi. «Alla fatica ordinaria si aggiunge quella straordinaria della lingua e della comprensione. Comunicare con i bambini e i loro genitori è spesso un’impresa. Pensi solo alla difficoltà di abituarli alla dad, all’uso del computer». A proposito. «In questi mesi - aggiunge padre Fausto Ferrari (Cag Carmen Street di vicolo Manzone) - da parte degli adolescenti c’è stato un uso indiscriminato ed eccessivo dei social. Già si vedono comportamenti di aggressività e le difficoltà di entrare in relazione con gli altri». I ragazzi «stanno male. Bisogna recuperare chi vive nell’isolamento e promuovere relazioni di gruppo, fra coetanei e con gli adulti. C’è molto da fare».SocietàLe voci e l’esperienza dei Centri di aggregazione giovanile

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