Da tempo San Patrignano non finiva sui giornali. C'è voluto un docufilm trasmesso da Netflix per riaccendere i riflettori sulla comunità di recupero per tossicodipendenti. E come sempre l'Italia si è divisa, tra chi ha sempre difeso Vincenzo Muccioli e chi invece non ha mai smesso di definirlo un mostro, un carceriere, un assassino. Anche un fascista quando Sanpa e Muccioli erano considerati «roba di destra». Il figlio Andrea, che ha raccolto il testimone del padre dal 1995 e tenuto fino al 2011, ha ammesso: «Lì era una guerra e anche mio padre sbagliò».
A Sanpa non entravano e nemmeno oggi entrano frati francescani, ma gente disperata, senza regole, più vicina alla morte che alla vita. Ma fino a che punto si può fare male per ottenere il bene?
La sede bresciana di Sanpa, nata nel 2011 su intuizione dell'allora assessore provinciale Fabio Mandelli e finanziata da un gruppetto di imprenditori locali, continua ad essere subissata di richieste d'aiuto. Ma non va dimenticata, abbandonata a se stessa e ritenuta una parentesi in una provincia dove cocaina ed eroina circolano come in nessun’altra zona della Lombardia. Lo sanno le forze dell’ordine, lo sanno le istituzioni. Il docufilm su Sanpa ha solo rinfrescato la memoria.




