L’abbattimento della torre dei media a Gaza nel raid israeliano di sabato scorso è emblematico, a prescindere per una volta dal contesto del conflitto in corso, della situazione sempre meno facile che sta vivendo il mondo dell’informazione, soprattutto nei teatri di guerra, ma non solo. Secondo l’ultimo rapporto di «Reporters sans frontières», in oltre 130 Paesi nel mondo l’esercizio del giornalismo è «totalmente o parzialmente bloccato».
L’Italia, causa anche i 20 giornalisti tenuti sotto scorta, non brilla nella speciale classifica dei paesi che possono vantare «libera stampa in libero Stato». La testimonianza è sempre più scomoda, sottoposta a pressioni, «embeddata», narcotizzata. Senza arrivare a eroi quali Giancarlo Siani, Peppino Impastato, Ilaria Alpi o Daphne Caruana, anche i semplici cronisti sono spesso impossibilitati a operare al meglio, dovendosi accontentare, per esempio, di interviste preconfezionate, aggiustate, indirizzate da ingombranti uffici stampa o abili spin doctor.




