Fino a quarant’anni fa il femminicidio era «delitto d’onore», per il quale il codice penale italiano prevedeva pure uno sconto di pena. Oggi è il «raptus», la «gelosia», l’«amore malato», i «problemi di coppia», la «provocazione», il «gene della violenza»... qualunque cosa, pur di allontanare la responsabilità dell’uccisione di una donna che cerca la propria libertà e indipendenza, dal vero colpevole: un uomo incapace di accettare questa perdita di controllo su una persona considerata proprietà personale, quando non «oggetto» del proprio piacere e volere.
Una questione dei responsabilità
È questa la parola chiave di fronte al fenomeno del femminicidio, che sembra inarrestabile e inarginabile proprio perché relegato nella sfera della follia e della «malattia». Responsabilità che invece va messa in capo a tutti, se dietro al femminicidio si legge un problema di tipo culturale, legato a stereotipi di genere che sono eredità di un passato (e in alcune aree ancora presente) fortemente patriarcale, che vengono non di rado perpetuati anche nella narrazione dei social, dei media, della pubblicità, dell’educazione.




