Per favore vacciniamoci dal rischio di «socialite»

Ci sono problemi di non poca portata su cui s’accendono più o meno legittimamente dibattiti pubblici infuocati. E qualche parola di troppo o troppo forte può scapparci. Il costruendo depuratore del Garda è senz’altro uno di questi. Lo si è capito nel giungere ad una (contestata) decisione in merito. Ma in ogni confronto pubblico - per aspro che sia - ci si deve dare un limite: quel «modus in rebus», quella misura che anche nelle provocazioni più dure consenta di non minare le basi essenziali della convivenza.
Un limite a nostro avviso varcato dal motto di un sindaco che con un sottinteso fin troppo esplicito ha invitato ognuno a tenersi a casa sua quel che fa. Isolato incidente di percorso? Può darsi, in ogni caso auguriamoci non introduca anche nella comunicazione istituzionale il virus della «socialite», quel disinvolto ricorso al linguaggio senza freni che ormai dilaga sui e dai social. Non è solo un fatto di buongusto, un primo cittadino ha un dovere in più, come tutti coloro che rivestono ruoli pubblici o cariche istituzionali: preservare lo spazio pubblico del confronto - che è il fondamento di ogni democrazia - garantendo un clima di rispetto reciproco tra i concittadini, e questo avviene anche dando l’esempio nell’uso di un linguaggio appropriato.
Vorrei peraltro vedere che succederebbe (anche a Montichiari) se ciascuno dovesse davvero tenersi tutto ciò che fa (e non penso solo a elementi scatologici), erigendo dei muri intorno al suo orticello. Certo, sarebbe difficile valicarli in entrata, ma risulterebbe arduo poi farlo anche in uscita: tutti ostaggi, alla fine, di noi stessi.
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