Centoquattro pagine per smontare le tesi dell’accusa, due anni di indagini e una richiesta di condanna a 21 anni e sei mesi presentata in aula dal pm nel corso del processo di primo grado.
«Gli elementi indiziari disponibili non appaiono né gravi, né precisi, né univoci nell’identificare Salvatore Spina come l’autore dell’uccisione di Diva Borin, rivelandosi anzi talmente ambigui da lasciare spazio a molteplici possibili ricostruzioni alternative degli accadimenti» scrive il gup Andrea Gaboardi nelle motivazioni della sentenza di assoluzione nei confronti di Salvatore Spina, il badante tuttofare di Diva Borin, l’86enne trovata morta in casa a Urago Mella il 2 marzo del 2019, strangolata con un foulard. Spina aveva le chiavi di casa dell’anziana che aiutava ogni giorno. Ma non era l’unico.
E poi «è stata esclusa - ritiene il gup - la presenza di materiale biologico di Salvatore Spina nelle campionature effettuate sui reperti analizzati e con ciò anche l’ipotesi di un suo coinvolgimento nel delitto. L’analisi delle tracce sul foulard e sul tasto di accensione - spegnimento del televisore e sul copricuscino ha infatti permesso di tipizzare i profili genetici misti di Diva Borin e di almeno un soggetto di sesso maschile, diverso da Salvatore Spina». Secondo l’accusa l’uomo aveva ucciso l’anziana per incassare l’eredità dopo che la donna aveva destinato ampia parte del suo patrimonio proprio al badante. Per il giudice anche in questo caso le prove sono al contrario.
«Un’ordinata ricomposizione del materiale probatorio raccolto sembra escludere che l’imputato avesse un qualche interesse ad anticipare l’incasso dei lasciti testamentari della Borin o comunque un interesse di tale gravità e impellenza da indurlo a compiere un gesto così ignobile e raccapricciante. Non emergono prove per sostenere che il nucleo familiare dell’uomo versasse in condizioni di difficoltà economica o che lo stesso fosse alle prese con debiti, affiorando semmai indici di segno contrario».
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