Lorenzo Mattotti: «Col disegno vado a toccare il mistero che ho dentro»

Questa intervista è parte del progetto «Interviste allo specchio», condiviso con L’Eco di Bergamo e nato in occasione del 2023, l’anno che vede i due capoluoghi uniti come Capitale della Cultura 2023. Ogni domenica i due quotidiani propongono l’intervista a due personaggi autorevoli del mondo culturale (nell’accezione più ampia), uno bresciano e uno bergamasco, realizzate da giornalisti delle due testate. Di seguito trovate l’intervista al personaggio bresciano. Per scoprire il contenuto dell’intervista all’omologo bergamasco, invece, vi rinviamo a L'Eco di Bergamo (in calce all’intervista trovate il link diretto alla pagina dedicata del quotidiano orobico).
Cittadino del mondo. Attualmente vive a Parigi - dove lo abbiamo raggiunto per telefono - ma è ancora legato al nostro Paese. Sarà suo il manifesto per la Mostra del Cinema di Venezia e quest’estate uscirà per i Millenni Einaudi un Lancillotto con le sue illustrazioni. A settembre per la Capitale della Cultura sarà a Brescia con la mostra «Cinema Mattotti» a cura di Melania Gazzotti.
Mattotti, cosa vedremo?
La mostra parlerà del mio rapporto con il cinema ma anche con la danza, la musica. Ci saranno proiezioni, film in cui ho lavorato e film che proporrò io. Mi piacerebbe esporre anche qualche inedito, e i miei taccuini. Vorrei che fosse una mostra spettacolare, con proiezioni e animazioni.
Come valuta, per Brescia, un’iniziativa come la Capitale della Cultura?
Credo che per le città di provincia, come è Brescia che è comunque una città attiva e forte, questi eventi siano importanti. In realtà, tutte le città italiane sono città di cultura, con una ricchezza che non ho mai trovato in altri Paesi. Quando vengo in Italia, il mio più grande piacere è scoprire ogni volta luoghi che pensavo di conoscere, o che conoscevo solo di passaggio. Brescia ha un centro storico molto bello, che ho attraversato a piedi quando sono venuto a presentare «La famosa invasione degli orsi in Sicilia». Merita di essere conosciuta.

Lei è nato a Brescia perché suo padre, nell’esercito, era di stanza nella nostra città. Qui ha vissuto i primi anni della sua vita, cosa ricorda?
Lo zoo in Castello che per me era un posto mitico, con i leoni e le tigri. Forse l’ultima Mille Miglia, poco altro. Ci sono tornato, anni dopo, a trovare alcuni amici disegnatori arrivati dall’Argentina, Josè Muñoz e Carlos Sampayo, che per un periodo hanno vissuto a Brescia prima di trasferirsi a Milano. Poi ci sono tornato perché collaboro con la Galleria dell’Incisione, una bellissima realtà creata da Chiara Fasser. E ho disegnato i manifesti per la Festa del Circo, con Gigi Cristoforetti.
Lei è nato come fumettista, è diventato illustratore, poi è approdato al cinema. Com’è avvenuto il percorso?
Il fumetto mi ha permesso di aprirmi ad altri campi, come l’illustrazione che è arrivata più tardi, a Milano. Era un lavoro più veloce ed era pagato meglio. Poi lavorando per brevi sigle televisive ho costruito una piccola esperienza che mi ha aperto le porte del cinema. Tonino Guerra mi chiamò per le animazioni di raccordo per gli episodi di «Eros» di Antonioni. E avevo iniziato a collaborare con Enzo D’Alò per il suo «Pinocchio».
Con l’illustrazione si è cimentato con Poe, Stevenson, Dante. È stato difficile?
Tradurre i testi in immagini è come passare dalla letteratura al cinema. Le cose che la parola descrive, nel disegno le puoi evocare, la sfida è ampliare l’immaginario del testo, dare al lettore una possibile reinterpretazione.
È più artigiano o artista?
La base d’artigianato c’è e l’ho sempre difesa, poi però c’è un’ambizione personale interiore, una voglia di superare il mestiere per arrivare a toccare cose che hai dentro, più misteriose. Io devo cercare ogni volta di sentire qualcosa, e questo porta a superare i limiti dell’artigianato, a rischiare. È arte, supera il ruolo dell’illustratore.
Durante la lavorazione del suo film ha utilizzato la computer grafica? Che rapporto ha con la tecnologia?
La mia equipe lavorava al computer ma i miei disegni di preparazione sono a matita, spesso schizzati. Non ho nulla in contrario alla tecnologia, abbiamo fatto cose assolutamente meravigliose nel film. Un’altra cosa sono i nuovi linguaggi, l’idea che siano i computer a creare immagini per me è una follia, ci sono già tante immagini brutte nel mondo, non c’è bisogno di aggiungerne altre...
Per leggere l'intervista «allo specchio» a Andrea Bozzetto, ti rimandiamo all'Eco di Bergamo >>
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