Le «postazioni» se le sono accaparrate fin dalle prime ore del mattino, con tanto di staffetta. A seconda del seggio cambiano i visi, cambiano gli schieramenti, la dinamica e l’approccio, ma non l’obiettivo: assicurarsi quanti più voti possibili e «controllare» gli avversari politici. L’uomo col cappellino sta a qualche metro dall’ingresso della scuola Manzoni, distante ma non troppo. Non parla con nessuno: osserva. Sottobraccio ha una serie di fogli arrotolati: ogni tanto li estrae e spunta un elenco.
«Vedi quello? È lì che conta i voti» fa notare qualcuno, che è poi lì per lo stesso motivo: la sfiducia verso gli avversari, perché «sapevo che avrebbero barato, mai vista una cosa così». Altri escono dalla sede con sguardo sdegnato: «All’interno mi hanno fermato per convincermi chi votare». E infatti a qualcuno non va giù e arrivano Carabinieri e Guardia di finanza a piantonare. Nessuno abbandona le posizioni e sul banco degli imputati ci finiscono pure le spillette apposte sulle giacche. Sguardi in cagnesco, brusii, lamentele. Alle tante un paio di persone si sentono in dovere di giustificarsi: «Siamo rappresentanti di lista, la spilla possiamo esibirla». Vero, la conferma arriva anche dai pubblici ufficiali.




