«La vita di mio padre rubata dall’Alzheimer»

Poco a poco la memoria svanisce e tu, da figlio, ti senti cancellato. Tu, figlio unico voluto e amato più di tutto, anche perché nato dopo molti anni di matrimonio quando i tuoi genitori disperavano che tu potessi ancora illuminare la loro unione. Tu, figlio unico che, in pochi mesi, hai visto letteralmente scivolare dalla tua vita quella di tuo padre. No, non è morto, ma è un’altra persona. Non è stato facile capirlo ed è impossibile rassegnarsi.
A poco a poco la memoria scompare e tu, moglie, che con Pietro hai condiviso 65 anni della tua vita, fatichi a trovare un senso a tutto ciò. Ed il giorno in cui lui ti guarda e ti dice: «Come stai bene con quel vestito» tu, che hai ottant’anni ed una serie di problemi di salute, con quelle parole potresti arrivare in cima all’Adamello senza alcuna fatica.
La tua memoria è scomparsa ma tu, Pietro, riesci ancora ad illuminarti quando tuo figlio ti parla del nipotino di cinque anni. «Lo sai papà che al mare Paolo ha giocato con l’aquilone che gli avevi regalato?». E tu: «Ma pensa...». E, forse, ricordi quell’ultima frase lucida che avevi pronunciato prima che la tua mente si rabbuiasse: «L’ultima cosa che volevo fare era potermi godere mio nipote. Adesso come farò...».Gli occhi di Luca, il figlio, si riempiono di lacrime mentre racconta di un amore che la malattia ha fatto esplodere, amplificandolo. «A causa della pandemia la diagnosi è ritardata di un anno. In realtà, all’inizio percepivo un appannamento della memoria e notavo comportamenti atipici in una persona, qual era mio padre, di una precisione assoluta e di grande gentilezza. Pazienza, mi sono detto, ormai ha ottant’anni, sarà l’età. Alcuni medici ti confortano, parlano dapprima di depressione, poi, a fronte di alcune evidenze, di un inizio di demenza senile. Certo, un quadro non rassicurante, ma credevamo si potesse aspettare anche se quando affrontavo con il suo medico il problema concreto dell’aggressività del papà, mi rispondeva che era la malattia. E se chiamavo il Centro psicosociale, mi rispondevano che il problema era neurologico, non psichiatrico. Dunque, non era di loro competenza. Del resto, nemmeno l’ambulanza poteva fare nulla se lui si rifiutava di salirci. Ovvio che non avevamo ancora pensato ad un tutore legale. Avremmo dovuto fare degli esami specifici, ma come entrare in ospedale con la pandemia che imperversava? La paura ci ha consigliato di aspettare.
Se l’attesa è stata causa del ritardo della diagnosi, il lockdown è stato invece responsabile di una significativa accelerazione della malattia. Quell’essere sigillato in casa ha favorito il deterioramento. Tant’è che all’inizio di quest’anno, con una disperazione difficile da spiegare a parole, ci siamo rivolti al Centro Alzheimer dei Fatebenefratelli ed è bastato poco ai medici per capire quale malattia avesse mio padre».
Le condizioni di salute di Pietro sono peggiorate rapidamente, fino ad un segnale che il figlio definisce «clamorosissimo» risalente al giorno in cui il padre era in ospedale in attesa di essere sottoposto ad un esame. «Ad un certo punto è andato in escandescenze, urlando che ci avrebbe ammazzati tutti. Siamo riusciti a soccorrerlo solo quando è caduto in terra, battendo violentemente la testa». In quelle ore, Luca si è reso conto che i suoi genitori non potevano più essere lasciati soli e si è trasferito da loro, nella casa della sua giovinezza, in attesa di trovare una badante. «Credo che tutti sappiano quale rivoluzione comporti nelle proprie vite accogliere in casa una persona, fino a quel momento estranea. Un altro trauma da gestire, soprattutto per la mamma, anche se la signora di origine africana era un angelo, vittima delle escandescenze di mio padre che alternava momenti di aggressività assoluta ad altri di dolcezza infinita».
Poi, è arrivato il giorno del ricovero al Centro Alzheimer di via Pilastroni. «Non potevamo andarlo a trovare, causa Covid, e cercavamo di comunicare con lui attraverso le videochiamate. Ma è evidente che la comunicazione verbale tra una mamma ottantenne ed un padre che già soffriva di alterazioni del linguaggio era quasi impossibile, malgrado la grandissima disponibilità di tutto il personale». Dopo un mese circa, le dimissioni e la scelta necessaria di portare il babbo in una Rsa.
«Abbiamo resistito con tutte le nostre forze, ma ci siamo resi conto che non saremmo stati in grado di gestirlo. Per la mamma è stato straziante trovarsi con quel letto vuoto; per me, un dolore devastante». Sono ricominciati i contatti con le videochiamate. Luca ha rivisto di persona suo padre dopo oltre quattro mesi. La moglie ora lo vede due volte la settimana negli spazi esterni. Incontri che sono stati preceduti da uno «strappo» nel giorno del suo compleanno. Giorno in cui, senza parole, Maria e Pietro si sono presi per mano.
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