La barba di Liutprando fra camosci e lupetti

Il pelo del mento nei versi di Dante e nel Gaì dei pastori
Barba - © www.giornaledibrescia.it
Barba - © www.giornaledibrescia.it
AA

Tra antichi guerrieri longobardi, camosci, cuccioli di lupo... A volte la curiosità ti porta ad avvilupparti dentro una vera e propria matassa di parole. La curiosità è quella sollevata da Giacomo, nostro lettore bassaiolo.

«Il mio povero nonno - ci racconta in una mail - guardava la mia barba da adolescente e diceva: chèla l’è mìa bàrba, l’è pél loatì». Cos’è il pél loatì? Da dove deriva? L’aggettivo loatì è legato al termine luf e significa lupesco. Il pelo lupacchiotto degli adolescenti umani è lanugine non ancora fattasi adulta e ispida. Quando il pelo del mento si ispessisce diventa invece segno di maschile maturità. Tanto che bàrba è termine onorifico con cui il nostro dialetto indica lo zio.

Nel suo «Viaggio sentimentale attraverso il Bresciano», Licinio Valseriati ricorda che quest’uso compare addirittura in Dante (canto XIX del Paradiso, là dove parlando di Federico d’Aragona il poeta accenna alle malefatte «del barba e del fratel»). E nelle leggi emanate nel 725 dal re longobardo Liutprando (lo ricorda Gabriele Rosa nel suo «Dialetti e costumi di Bergamo e Brescia») lo zio è detto «barbas» o «barbanus».

Paolo Diacono poi sottolinea che gli stessi longobardi - che noi bresciani consideriamo nostri vecchi zii - portano proprio nel nome originario («langbart») il riferimento alle lunghe barbe. La matassa di parole si infittisce ulteriormente se si spulcia nel Gaì, lingua segreta dei pastori e vero e proprio scrigno linguistico. La barba era detta scamósa. Non solo: scamosànt era il tosatore di pecore e scamosàt significava tosato.

Insomma: del nostro dialetto potete dire di tutto, ma non che è una barba.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato