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Brescia e Hinterland

Imprenditori cinesi, crescita costante e silenziosa


Brescia e Hinterland
8 set 2011, 11:34
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Le labbra si contraggono in un sorriso. Lieve. E mellifluo, quasi beffardo.
Non c'è traccia di cortesia nel sorriso dei cinesi. Valichi la soglia di un loro negozio, uno qualsiasi. Uno dei tanti affastellati per i sobborghi di Brescia, tra i vicoli cinerei che si aggrovigliano intorno alla stazione o in un corso Garibaldi incendiato dall'ultimo sole.

Appena pronunci la parola «giornalista», quasi fosse un anatema, gli occhi a mandorla ti riservano uno sguardo livido. E, improvvisamente, la favella si fa incerta. Pochi istanti prima ti avevano salutato in un italiano perfetto: «Buongiorno, desidera?». Poi, quando accenni all'intenzione di porre delle domande sulla loro esperienza imprenditoriale in Italia, sibilano: «No tua lingua».

Insisti. Invano: «Titolare non c'è». Mai. Altro negozio. Altro approccio, stavolta più risoluto. Stesso risultato. La presenza di un interprete, che ci scorta, non lenisce la loro ritrosia. Il copione si ripete per giorni e giorni. China Town non parla. Piuttosto, agita le mani operose. Lavora. Sempre. Anche la domenica. Anche ad agosto, quando il caldo trasforma l'asfalto in una solfatara incandescente e la città, deserta, respira con affanno sotto la coltre di afa.

Ottenere informazioni pare una chimera. Quasi. Perché i giovani rivelano un'inattesa loquacità. «Sono arrivato in Italia 5 anni fa, insieme alla mia famiglia. Dopo aver lavorato in alcuni ristoranti, nel 2009 ho aperto un bar tutto mio» rivela un venticinquenne rigorosamente anonimo. Venticinque anni, in Italia da 5 e imprenditore da 3: com'è accaduto? Le risposte si fanno lacunose. Intuisci che l'attività è stata finanziata grazie a un sistema di risparmio sui costi, non sempre legali, e di prestiti rastrellati in modo informale nelle comunità di riferimento. Prestiti da onorare in tempi celeri.

Il sistema, infatti, non perdona: molti dei cinesi detenuti nelle nostre carceri hanno sequestrato connazionali per ottenere la restituzione delle somme di denaro elargite. «Soldi. Non vi interessa altro» lamenta il nostro teste. Dal giorno in cui ha inaugurato il suo esercizio commerciale, sostiene, sono piovute sanzioni. «Se scoppia una rissa, anche al di fuori del bar, i carabinieri minacciano di farmi chiudere. Oppure arrivano le multe. "Sei cinese, i soldi non ti mancano", mi dicono. Io sono un lavoratore onesto, fra tasse e spese di denaro non ne ho». Sarà. Intanto, fra una chiacchiera e l'altra, invia messaggi dall'i-phone e si sistema il colletto della polo griffata.

Entriamo in un negozio di abbigliamento. E di arredo, di parrucche, di tessuti. Anche di binocoli. Sulle matasse colorate una patina di polvere. I muri sono scrostati. Le sedie claudicanti. «È la clisi», commenta una commessa di 20 anni al massimo, ovviamente cinese. «I miei genitori - dice - gestivano tre empori tra Brescia, Milano e Verona. Ne è rimasto uno».

Sono in molti, spiega, a voltare le spalle all'Italia per fare ritorno alla Grande Muraglia. Lo conferma il signor Wu, Giovanni per gli amici, titolare di un bar in via XX Settembre. Un suo amico annuisce con la testa, senza proferire parola. Non parla italiano. Eppure è approdato a Milano 8 anni fa e possiede un ristorante. Com'è possibile? «Di imposte e burocrazia si occupano commercialista ed interprete» rivela Giovanni.
I cinesi soffrono la «clisi». Come noi. Davvero? Impossibile saperlo. I loro affari sono aleatori, nebulosi, ammantati da una coltre di clandestinità. Celati da un sorriso lieve. E beffardo.
Alessandra Troncana

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