Brescia e Hinterland

Il piccolo esercito di «aggiustatutto» per risparmiare e tutelare l’ambiente

In Francia è stato istituito un bonus per sostenere il riuso. Nella nostra città in genere ripara chi spende di più o per motivi sentimentali
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

L'intaglio di una scarpa artigianale - Foto © www.giornaledibrescia.it
L'intaglio di una scarpa artigianale - Foto © www.giornaledibrescia.it

Per motivi sentimentali, per far quadrare i conti, per abitudine familiare, passione per il vintage o qualità dei materiali: sono tanti i motivi che spingono le persone a far aggiustare un oggetto.

In Francia per contrastare lo spreco tessile, insegnando alla gente come facevano i nonni a riutilizzare, e sostenere gli artigiani, sarte e calzolai, è stato creato un bonus statale ad hoc che da ottobre rimborserà parzialmente chi fa rammendare un capo di abbigliamento o aggiustare un paio di scarpe: si parla di sei euro ad abito e fino a 25 euro per le calzature. Gli artigiani si devono registrare a un portale per accreditarsi e così i clienti possono accedere all’incentivo.

In Italia si conta che ogni abitante si liberi di 11 chili di abiti all’anno, per un totale di poco inferiore a 800mila tonnellate di prodotti tessili (5,8 milioni in Ue), e di questi solo 143mila vengano riusati o riciclati, il resto (quasi tutti tessuti sintetici o misti che quindi ci mettono moltissimo tempo a biodegradarsi) finisce in discarica (ce ne sono di grandissime nei paesi più poveri) con aumento dell’inquinamento, anche da microplastiche.

A Concesio si cuce o rammenda insieme e si impara come si fa
A Concesio si cuce o rammenda insieme e si impara come si fa

A Brescia

A Brescia come è la situazione? I bresciani sono attenti all’ambiente e al portafoglio? Dipende. Da quel che raccontano gli artigiani sembra che chi sceglie di far riparare abbigliamento e calzature sia chi spende di più al momento dell’acquisto. Ma ci sono differenze sostanziali tra un settore e l’altro. Per quanto riguarda l’abbigliamento, se si escludono gli orli per sistemare la lunghezza di un pantalone nuovo, «in molti ripescano dagli armadi i cappotti dei genitori o dei nonni e li fanno rimettere a modello - spiega Aneliya Petrova Georgieva, titolare della Sartoria Nelli di via san Faustino in città -, penso ai loden e alle camicette in seta. Pochi coloro che si rivolgono a me perché vogliono risparmiare, la maggior parte lo fa perché apprezza la qualità dei materiali di un tempo o per motivi sentimentali».

Una sarta
Una sarta

Le tasche svuotate dalla crisi e dall’inflazione portano a voler spendere meno per il nuovo, e quindi anche per le riparazioni: «Chi ha pagato poco un paio di scarpe - racconta Alessandro Conte, calzolaio in via Genova - poi non vuole spendere molto per una riparazione: quando dico quel che costa sistemarle, alcuni mi rispondono che piuttosto ne ricomprano un paio nuovo. Quel che ha cambiato il mio lavoro è stato l’avvento delle calzature a poche decine di euro».

Claudio Belleri, invece, si è specializzato in scarpe artigianali, calzature da diverse centinaia di euro e qui il mercato della riparazione non sente crisi: «Sono scarpe che durano anche una vita se mantenute correttamente - spiega l’artigiano di vicolo Rizzardo - io smonto e rimonto le calzature se la tomaia è ancora in buone condizioni. Risulta più complicato e costoso lavorare se la scarpa non è di qualità perché è incollata». E aggiunge: «Per me è stata una sfida cominciata nel 2015 cambiando pelle al negozio storico Pasquali che aveva rilevato mio padre all’inizio del 2000, oggi si vendono sempre meno lacci, creme e stringhe, ma la scarpa resta un oggetto di culto per molti uomini».

Una bambola in riparazione - Foto © www.giornaledibrescia.it
Una bambola in riparazione - Foto © www.giornaledibrescia.it

C’è anche chi ripara apparecchi tecnologici come Ernesto Lita: «Il lavoro è cambiato parecchio - dice il tecnico di via Volturno -, ci sono sempre nuovi modelli di computer e smartphone. I clienti ci sono, ma la riparabilità è sempre più bassa: per sistemare un telefono, ad esempio, bisogna cambiare il 70% dell’apparecchio». Non è facile nemmeno rimettere a nuovo i giocattoli, e anche in questo caso, hanno un ruolo fondamentale la passione e il sentimento: «Da me arrivano donne con la bambola di quando erano bambine, o con quelle della nonna - spiega Celine Boisdur di Atelier rêve des rêves a Brescia -, ma quasi mai con giocattoli nuovi; lavoro tanto con chi fa mostre-mercato, collezionisti e persone che vogliono tenere viva la memoria di quando erano piccoli o di un caro. Il mio è un lavoro impegnativo e costoso. Chi conosce il valore dei giocattoli investe, gli altri li buttano e li ricomprano». 

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