«I talebani non sono cambiati, hanno ucciso mio fratello»

Valijan, 26 anni, è scappato dall'Afghanistan quando ne aveva 12. Oggi è mediatore culturale a Brescia
Valijan, afgano mediatore culturale a Brescia - © www.giornaledibrescia.it
Valijan, afgano mediatore culturale a Brescia - © www.giornaledibrescia.it
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«I talebani hanno ucciso mio fratello. La mia famiglia è chiusa in casa, sono terrorizzati. È un incubo, sono tornati feroci come allora. I loro capi vogliono mostrare un volto nuovo, ma lontano dagli occhi dei giornalisti e dalle televisioni loro vanno casa per casa e uccidono». Valijan oggi ha 26 anni, quando è fuggito dall’Afghanistan ne aveva 12. Da allora non è più tornato in patria, non ha più visto la sua famiglia: «Volevo fare un viaggio l’anno scorso, ma con il virus è saltato tutto». Da anni a Brescia lavora come mediatore culturale.

In questi giorni drammatici il suo corpo è qui da noi, ma il suo cuore e i suoi pensieri sono tutti per i suoi familiari e per il suo paese. Racconta: «È come un sogno terribile, non riesco a convincermi che tutto questo stia succedendo davvero. Ma è successo. Quando ho visto cosa stava succedendo in Afghanistan sono riuscito con gran fatica a mettermi in contatto con i miei parenti. Ho scoperto così che i talebani venerdì scorso hanno ucciso mio fratello. Aveva solo 19 anni».

Come è accaduto? «La mia famiglia vive fuori Kabul, in una zona dove tradizionalmente i sostenitori dei talebani non sono molti. È per questo che loro sono entrati armati nei nostri paesi e hanno prelevato tante persone, tanti ragazzi. Fra loro c’era anche mio fratello. Quando ha visto che non tornava a casa, la mia famiglia ha cominciato a cercarlo. Hanno trovato il corpo solo due giorni dopo: i talebani lo avevano portato da un’altra parte e l’avevano ucciso». Verso l’Italia. La storia di Valijan è drammaticamente simile a quella di troppi altri giovani afghani. Ricorda: «Mio padre e mio fratello più grande non stavano con i talebani. Per questo eravamo sempre minacciati, non vivevamo sicuri e allora la mia famiglia mi ha fatto scappare».

«Sono partito nel 2009. Sono stato anni in Iran, poi in Turchia. Non avevo documenti, vivevo facendo piccoli lavori, non sapevo cosa sarebbe stato del mio futuro. Poi la Balcan Route, con la Bulgaria e la Serbia. E finalmente l’Italia dove sono arrivato nel 2015». A Brescia Valijan entra in un progetto Sprar gestito da Adl Zavidovici, a cui è ancora oggi legato nel suo lavoro da mediatore culturale.

«Bisogna che la gente sappia - continua Valijan - che in Afghanistan sono ricominciate cose terribili. Non fidiamoci di cosa raccontano in televisione i capi talebani. Cercano di mostrare il volto tranquillo, ma sul terreno è ricominciata la caccia a chi non sta con loro, vanno di casa in casa, cercano le donne». Il paese è ripiombato nell’incubo. «I miei familiari raccontano che in Afghanistan la gente non si immaginava che le cose potessero tornare così drammatiche. Tutto è precipitato troppo in fretta. Ci sentiamo completamente abbandonati da tutti, è come se il mondo si fosse girato dall’altra parte».

In che condizione vivono oggi i civili? «Non c’è sicurezza, non possono uscire, spostarsi andare a lavorare. Non c’è sicurezza e già comincia a mancare il cibo, non ci sono aiuti. Nei giorni scorsi ho sentito un mio familiare e ho provato a capire come mandargli almeno un po’ di soldi. Impossibile: non escono di casa e non possono andare a Kabul a ritirare gli aiuti».

Che fare quindi? «In questi giorni la cosa più importante è aprire velocemente corridoi umanitari per permettere a chi è in pericolo di lasciare il paese. Ma non basta. Bisogna anche che il mondo capisca che il destino dell’Afghanistan non è solo un problema degli afghani, è un problema di tutti».

 

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