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Brescia e Hinterland

MAXI INDAGINE

«Ho incontrato uomini d’onore, ma non faccio parte di un clan»


Brescia e Hinterland
11 ott 2019, 16:02
L'ingresso del Palazzo di Giustizia di Brescia - Foto © www.giornaledibrescia.it

L'ingresso del Palazzo di Giustizia di Brescia - Foto © www.giornaledibrescia.it

Il suo curriculum criminale mette i brividi anche a fronte della giovane età. Oggi Rosario Marchese, 33 anni nato a Caltagirone in provincia di Catania trapiantato a Lonato del Garda già da sei anni, è in carcere in isolamento a Canton Mombello perché raggiunto da tre ordinanze di custodia cautelare con le quali tra Brescia, Gela e Caltanissetta, i magistrati gli contestano una serie di reati. Su tutti quello di far parte di un’associazione mafiosa.

Tra il 30 giugno 2010 e lo scorso 26 settembre il suo nome è comparso in 14 inchieste, tra mafia, spaccio di droga, truffa, fatture per operazioni inesistenti, indebite compensazioni, scambio elettorale, rapine, riciclaggio, bancarotta fraudolenta e ricorso abusivo al credito. La Direzione distrettuale antimafia di Brescia lo ritiene il perno della maxi inchiesta Leonessa con duecento indagati, 69 arresti tra mafia, corruzione e indebite compensazioni.

È l’uomo che dopo aver ricevuto sul proprio conto corrente due milioni di euro «provenienti da insospettabili società» a maggio 2017 in un solo mese è capace di avviare sette diverse attività economiche tra cui un bar nel centro città, in corso Matteotti, e sei a responsabilità limitata. «Si tratta - scrive il gip Carlo Bianchetti nell’ordinanza di custodia cautelare - di un’anomala attività finanziaria risultata sospetta in considerazione dello spessore criminale di Marchese, ed in particolare della sua ritenuta appartenenza o vicinanza ad uno dei più pericolosi clan mafiosi siciliani, la famiglia Rinzivillo di Gela, storicamente affiliata a Cosa Nostra».

Per chi indaga Marchese sarebbe stato in grado di fare affari con i Rinzivillo, ma anche con la Stidda. Gruppi da sempre ferocemente contrapposti. Lui dal carcere per il momento ha deciso di non chiedere di tornare in libertà. Troppe e troppo pesanti le accuse mosse.

Continua però a negare la sua appartenenza ad un gruppo mafioso trapiantato al Nord sull’asse Torino-Milano-Brescia. «Ho incontrato persone in odore di mafia, ma non sono un mafioso e non faccio parte di un clan» ripete, mentre il suo legale Domenico Servillo nelle prossime settimane potrebbe chiedere un interrogatorio davanti al pm Paolo Savio.

Dalla Sicilia Marchese era scappato dopo aver subito minacce «da alcuni appartenenti al clan dei Carcagnusi di Catania che gli chiedevano 100mila euro». E soprattutto dopo aver «cantato» dell’attività degli affiliati al clan Rinzivillo. «La rottura con i Rinzivillo - si legge in una nota della Polizia giudiziaria - non segna una fuoriuscita di Marchese dagli ambienti della criminalità organizzata, anzi ne conferma il suo essere mafioso, stringendo questi immediate alleanze con illustri rappresentati della Stidda in Piemonte e Lombardia».

Avrebbe scelto Brescia per il suo legame con Gianfranco Casassa, bresciano doc anche lui in carcere per mafia nell’ambito della maxi inchiesta Leonessa. «Un rapporto - scrive il gip - che ha contribuito sicuramente al radicamento e all’espansione del sodalizio criminale nella provincia bresciana».

A Brescia - dice l’indagine - Marchese, che girava con una Porsche da 102mila euro, ha avuto le sedi delle sue società e gli appoggi tra chi gli forniva i telefoni schermati per non essere intercettato, e gli albergatori che davano ospitalità sul Garda a lui e ai parenti. Stando alle carte dell’inchiesta la prova del suo agire con metodo mafioso sarebbe dimostrata nel rapporto con un odontoiatra abusivo di Milano. Prima entra al 60% nel capitale sociale dello studio e poi, attraverso le aggressioni fisiche e verbali compiute da gruppi di sei o sette, arriva a mettere fuori dalla porta il titolare dell’attività. «Ceduta - scrivono gli inquirenti - sotto l’intimidazione dal tipico metodo mafioso».

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