È un impegno a chiamata. Un volontariato liquido, dicono gli esperti. Che si attiva su obiettivi precisi e temporanei, si tratti di fare lo steward a MusicalZoo oppure di portare cibo e medicine durante il lockdown. Un modo diverso di interpretare e vivere la gratuità rispetto alle generazioni precedenti, discontinuo, episodico, eppure generoso. Un volontariato meno militante, potremmo dire, mutuando un aggettivo desueto. Parliamo dei giovani. Non è vero che siano tutti menefreghisti, che si rifiutino di donare tempo e passione per la comunità. Allo stesso tempo, tuttavia, nelle associazioni esiste il problema del cambio generazionale. Sempre meno giovani accettano ruoli dirigenziali e/o burocratici. Non solo.
Nuova linfa
Per realtà in cui la disponibilità costante è un elemento essenziale (ad esempio nell’emergenza-urgenza) la situazione è davvero critica. «Agganciare i giovani e soprattutto tenerli legati è diventato un problema serio per le associazioni», conferma Giovanni Marelli, presidente del Centro Servizi per il Volontariato (Csv), che riunisce 170 realtà del terzo settore. Nei mesi scorsi, per la redazione del piano delle attività di quest’anno, Marelli ha parlato con decine di responsabili di organizzazioni bresciane. È emerso quell’elemento comune. «Uno dei bisogni maggiori è avere la nuova linfa». Partendo da un dato di esperienza: «Ci sono tanti giovani generosi, basta dare loro il là. Certo, non hanno voglia di affiliarsi, di fare parte di una associazione in modo permanente, di prenderne le redini». Alessandro Augelli, presidente del Calabrone, è tra i fondatori (c’è anche il Csv) di Volontari per Brescia, nata nel 2016 per occuparsi proprio del volontariato «liquido». Quando c’è bisogno di una mano per un evento, parte la call sul web. «E i giovani rispondono», sottolinea Augelli. In cinque anni l’associazione è stata attiva in 63 eventi (soprattutto di carattere culturale) in cui servivano figure di vario tipo. «Abbiamo coinvolto 1.300 cittadini, in buona parte giovani».



