«El dialèt bresà l’è un parlà un pó söt, ma con póche paròle el pöl dì töt». Quella che a me risuona come la migliore delle definizioni per la parlata dei nostri nonni (un dire asciutto e diretto, eppure di straordinaria ricchezza espressiva) la devo al maestro Beppe Amadei da Collebeato. Gliel’ho rubata in una sera di chiacchere estive sotto il portico del cinquecentesco Palazzo Martinengo, dove ancora riecheggia la voce della straordinaria Flor da Cobiàt cantata da Galeazzo dagli Orzi. Certo, il nostro dialetto ha ormai perso la sua funzione di prima lingua (da usare nella vita quotidiana, sul lavoro, in famiglia, in piazza...).
Un venir meno con cui si sono misurati i poeti. Penso ad Elena Alberti Nulli («La mort del dialèt»), Leonardo Urbinati («L’òbet del dialèt»), Aldo Cibaldi («Tradisiù»), Franco Fava («Dialèt: l’öltema paròla»)... Eppure questo stesso dialetto resta saldo al centro di vivissimi affetti, di curiosità, ricerche. Torna nelle poesie e nelle canzoni di oggi. Calca i palcoscenici di tutta la provincia.



