Covid, dopo l'inchiesta di Bergamo i dubbi sul ritardato allarme a Orzinuovi
Risponde al telefono facendo una premessa. Dettata soprattutto dalle nuove norme della legge Cartabia che riguardano anche i magistrati. «Le nostre non sono accuse, ma ipotesi». Antonio Chiappani, procuratore capo di Bergamo, bresciano di Orzinuovi, comunque andrà a finire l’inchiesta sull’emergenza Covid ha una certezza. «Abbiamo ricostruito tutti i passaggi».
Procuratore, la chiusura delle indagini è arrivata tre anni dopo l’inizio della pandemia. Che lavoro avete fatto?
«Molto complesso. Abbiamo dovuto ricostruire tutta la storia degli interventi di tutte le autorità in materia di prevenzione pandemica. Quindi come è stato valutato il rischio pandemico dall’Italia, in riferimento avviamente al territorio bergamsco, e come è stata affrontata l’emergenza nella sua prima fase».
Parliamo dei primi giorni di febbraio 2020?
Ecco, arriviamo proprio ad Orzinuovi. All’inizio della pandemia si era detto che il virus fosse entrato in provincia di Brescia proprio dal paese della Bassa. E si era parlato di zona rossa, poi mai attuata. L’inchiesta può riscrivere anche la storia di quanto accaduto nel Bresciano?
«Probabilmente. Diciamo che in alcuni accertamenti che abbiamo fatto poteva rientrare tranquillamente anche Orzinuovi per l’istituzione della zona rossa. Noi non abbiamo quelle evidenze che ci sono state a Bergamo. Quando parlo di evidenze, mi riferisco al giudizio controfattuale. Cioè che se fossero state prese dalle autorità delle precauzioni non avremmo avuto così tanti morti. È questo il giudizio che ha guidato l’inchiesta della Procura di Bergamo. Il nostro consulente tecnico Andrea Crisanti si è interessato solo alla nostra zona e non potevo quindi fare un giudizio controfattuale anche su Orzinuovi che era fuori dalle mie competenze. Anche se va ricordato che effettivamente negli atti ministeriali di quel periodo c’era un chiaro riferimento alla situazione allarmante di Orzinuovi».
Quanta è stata la pressione durante questi tre anni di indagine?
«Tanta e non poteva che essere così. La gente voleva e vuole sapere cosa è successo e vedere quale è stata la risposta delle autorità sanitarie. E noi questo abbiamo fatto. Abbiamo ricostruito momento per momento quello che accaduto. Considerate che sono oltre 2mila pagine di informativa quindi parliamo di un lavoro enorme. Noi riteniamo, ma è questa solo un’ipotesi, che c’è stata una sottovalutazione del rischio. Di fronte a tutta una serie di quelli che noi consideriamo errori o errate valutazione e davanti ad un consulente che ci dice che se fossero state prese le corrette precauzioni il 27 febbraio 2020 a Bergamo avremmo avuto 4mila morti in meno, io non potevo di certo archiviare l’inchiesta. Ora, e so che non sarà facile, chi dovrà valutare valuterà. Per noi si configura il reato di epidemia colposa».
Ora una parte dell’inchiesta, per le posizioni dell’ex premier Conte e dell’ex ministro Speranza, arriverà a Brescia?
«Il tribunale dei ministri territoriale viene attivato dalla Procura di Brescia. Dobbiamo fare ancora una valutazione completa, ma gli atti saranno trasferiti dal nostro ufficio di Bergamo ai colleghi di Brescia per le valutazioni del caso».
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