Cent’anni dalla nascita di don Antonio Fappani, storico alfiere della brescianità

Nasceva il 15 agosto di 100 anni fa monsignor Antonio Fappani. Giorno di Ferragosto, giorno di festa. Il calendario festeggia l’Assunzione della Beata Vergine Maria, che il Prete tanto amò e pregò. Correva via l’anno 1923.
«Non lo dà a vedere il tempo, se ne va in sordina con sconcertante, preciso ritmo» – ridirebbe don Antonio con una delle riflessioni fonde che «scappavano» nel suo studio di via Tosio 1, tra una chiacchierata e l’altra, magari meno impegnativa e più legata al quotidiano operare.
Cento è un numero come un altro, una cifra tonda. «Una data convenzionale - come scrisse Mino Martinazzoli in occasione, invece, dell’ottantesimo compleanno di don Antonio - una data lieta perché fomenta l’occasione di un corale ringraziamento». E quanto la brescianità deve ringraziare don Fappani è arduo quantificare.
L’invenzione della Fondazione
Se la gratitudine nostra deve essere almeno pari al lavoro che ha fatto, risulta difficile, sul serio, calcolarla. I suoi «sbocchi sempre originali»: nel sociale sin dall’epoca post-bellica, gli studi, le letture e discussioni, la scrittura, gli articoli, la ricerca, l’indagine storiografica il cui frutto principale è la monumentale Enciclopedia Bresciana, insieme all’invenzione, nel 1984, della «Fondazione Civiltà Bresciana», sono, per Brescia e i bresciani, opera ricolma di frutti.
Sì, pedalò tanto don Antonio. Anche quando gli fu rubata (e più volte) la bicicletta rimase saldamente in sella, con quel frusciar di tonaca che, come dono di brezza, mi pare di sentire ancora nelle vie della città vecchia da lui attraversata quotidianamente per raggiungere la chiesa di San Giuseppe. «All’uopo – scrive Giannetto Valzelli - ha pedalato esemplarmente, con la bici evangelica e con quella umanistica».
Don Antonio è della Bassa, viene dalla campagna. Chissà se la città di Brescia sa che don Antonio è «nostro», è della Bassa. Don Fappani è nato a Quinzano d’Oglio, dentro la corte grande di una cascina che sta a fronte del cimitero della Pieve, dove ha voluto tornare per il riposo eterno.
Don Antonio ha visto le prime luci del mondo riverberate sulle acque dell’Oglio, il grande fiume che lambisce il suo paese natio: il paese del Prete, dello Storico, del Ricercatore, del Presidente, dello Scrittore, dell’infaticabile cultore di conoscenza.
Le radici della Bassa

Qualcuno ha detto: «Che sì, don Fappani è di laggiù, ma poi è diventato uomo di città, al cento per cento…». Analisi, questa, priva di fondamento. Ne sappiamo qualcosa noi, gli «Amici del Castello di Padernello» intendo, che da quando (era il lontano 1992) si iniziava e si contribuiva alla riabilitazione del castello e del piccolo borgo della Bassa bresciana, lui, il prete amico, ci è stato sempre a fianco con proposte e consigli regalati con estrema delicatezza e infinita modestia. Ci ha sostenuti e appoggiati, condividendo con passione sincera l’azione e le scelte che l’Associazione metteva in campo.
Ne citiamo solo una di queste operazioni culturali: la creazione della «Biblioteca-Mediateca», che ora ha trovato posto nelle stesse sale del castello di Padernello. Migliaia di volumi strettamente legati alla storia locale, ai 70 Comuni e circa 200 paesi che compongono questa plaga «piatta e un po’ monotona… detta Bassa». Una raccolta di libri, una documentazione più unica che rara, a disposizione di studenti e studiosi.
Sì, noi uomini del piano vogliamo, celebrando il centenario della nascita di don Antonio, ricordare la preziosa amicizia che ci ha riservato, unita all’affetto suo nei confronti dell’idea di voler recuperare e restaurare il castello dei Martinengo.
Il castello di Padernello
Come dimenticare le sue telefonate inattese quando, stanco dei «tradimenti» metropolitani, chiamava la campagna, la Bassa, per ascoltare voci amiche. «Non mi aiutano. Nemmeno mi rispondono...», diceva. Non scorderemo le serate passate in sua compagnia dentro l’antica posteria dell’Aquila Rossa quando, dopo la cena, di nascosto e veloce come un folletto, cacciava nelle tasche di uno di noi un rotolino di soldi, per pagare quello che definiva «il debito…».
Ringrazieremo sempre e mai abbastanza quest’uomo per il lavoro infinito che ha fatto, per la sua ferma e contagiosa convinzione che la cultura non è qualcosa da promuovere una tantum, ma è e dev’essere esercizio quotidiano della mente, deve diventare il perno e il punto di partenza d’ogni civiltà che ha voglia di crescere, che spera ancora…
Qualche debito di riconoscenza nei confronti di don Antonio lo abbiamo tutti: la città come la campagna, le valli e le montagne, perché don Fappani ha pensato a tutti, ha aiutato tutti, ha operato in positivo per tutto il territorio bresciano, come solamente pochi uomini hanno la lucidità e la grazia di saper fare.
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