Autolesionismo, atti in crescita: un caso a settimana tra gli adolescenti

Non passa settimana senza che un adolescente non metta in atto un comportamento autolesionistico. Il dato allarmante è iniziato a crescere già da una decina di anni ma nell’ultimo periodo, segnato dalla pandemia, è aumentato del 27% rispetto al biennio precedente. Con un ulteriore elemento di dolore: i tentativi di suicidio riguardano anche undicenni e dodicenni.
L’opportunità di analizzare un fenomeno molto diffuso e che non si limita alla provincia di Brescia viene fornita dalle celebrazioni per i cinquant'anni di vita della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, realtà dell’Ospedale Civile che ha mosso i primi passi esattamente mezzo secolo fa al Ronchettino insieme al professor Eugenio Menegati e che ora prosegue anche in convenzione con l’Università degli Studi di Brescia. Una realtà che si declina anche a livello territoriale e che, con i suoi undicimila pazienti seguiti ogni anno e le sue 85mila prestazioni, si colloca tra le più importanti a livello nazionale.
Le cause
L’opportunità del mezzo secolo di vita permette anche di capire l’evoluzione delle malattie neurologiche e psichiatriche nel corso degli anni e, con esse, i mutamenti sociali e familiari che le hanno accompagnate. Il percorso, oggi, ci mette di fronte alla situazione allarmante dei tentativi di suicidio tra i giovanissimi. «Comprendere le cause del fenomeno risulta complesso. Il suicidio si conferma come la risultante di molti fattori: genetici, biologici, individuali e ambientali» spiega Elisa Fazzi, direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Civile e dell’Università e presidente della Società scientifica della specialità che conferma l’allarme nei confronti di picchi di autolesionismo tra ragazzi che sono ancora bambini.
Continua: «Di certo ci sono i disturbi dell’umore, in particolare la depressione, e i disturbi d’ansia, tra le patologie psichiatriche maggiormente correlate a ideazione e atti suicidati. Tuttavia la malattia psichiatrica non è l’unico fattore di rischio e la pandemia da Covid 19 ha acuito e accelerato un tendenza che era già in aumento negli anni precedenti, venendo meno alcuni fattori protettivi, come il supporto della comunità e le relazioni sociali tra pari».Non solo. Studi recenti evidenziano nuovi scenari epidemiologici quali l’emergenza di una correlazione tra tentativi di suicidio e cyberbullismo. Il risultato è che le richieste di consulenze neuropsichiatriche per stati ansiosi o depressivi, anche in urgenza, sono lievitate di 40 volte in due anni e gli specialisti stimano che, solo nel Bresciano, siano circa quindicimila i ragazzi hikikomori, un termine giapponese che significa «stare in disparte» e che viene utilizzato per indicare chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, alle volte anni. Rinchiusi nella propria abitazione, evitano qualunque tipo di contatto diretto con il mondo esterno, talvolta anche con i familiari.
Gli altri disturbi
Autolesionismo, ma non solo. Si registrano situazioni conflittuali in crescita, anoressia, disturbi del neurosviluppo che hanno cause genetiche e ambientali e che si intersecano con autismo e disturbi da deficit di attenzione e iperattività. «L’evoluzione delle malattie negli anni è cambiata, come sono ovviamente differenti gli strumenti diagnostici e terapeutici che abbiamo a disposizione - aggiunge il direttore della Neuropsichiatria -. Nonostante la grande vocazione neurologica della nostra Scuola, i bisogni hanno imposto una conversione più sull’aspetto psichiatrico. È vero che al Pronto soccorso il 75% degli accessi ha problemi neurologici, ma è altrettanto vero che ad essere ricoverati sono soprattutto i casi psichiatrici perché molto più pesanti e più gravi.
Nel reparto di degenza abbiamo sedici letti. Ebbene, in certi periodi la metà di questi è occupato da anoressiche e molti da persone che hanno tentato il suicidio. Ragazzi che restano ricoverati anche mesi e che vengono dimessi solo quando ci sono luoghi e appuntamenti già fissati per un percorso territoriale. È evidente, quindi, che se, per le prime diagnosi le attese sono relativamente contenute, per le prese in carico passano anche mesi. Serve un terapista ogni venticinque ragazzi e se consideriamo che seguiamo ogni anno undicimila pazienti, ci si rende conto di quanto esteso sia il bisogno».
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