Alghisi: «Voto per la Provincia a fine gennaio. Larghe intese su temi condivisi»

Il presidente uscente dice sì al candidato unico: «È ora di ridare autorevolezza alle Province»
Provincia di Brescia. Il presidente Samuele Alghisi, eletto nel 2018
Provincia di Brescia. Il presidente Samuele Alghisi, eletto nel 2018
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Il mandato di Samuele Alghisi è formalmente scaduto lo scorso 31 ottobre. A fine gennaio gli oltre 2.500 amministratori locali bresciani (sindaci e consiglieri comunali) saranno chiamati a scegliere il nuovo presidente della Provincia. I papabili non sono moltissimi. Tecnicamente solo 45 sindaci su 205 sono candidabili. Ma prima dei nomi quel che si sta cercando di capire è se siano possibili le larghe intese.

«Un candidato unico? Con l’attuale assetto sarebbe auspicabile - spiega Alghisi -. Sono stato il primo a cercare ampia condivisione nelle scelte. Ma bisogna che vi sia un accordo sui temi strategici».

Presidente, sarà lei a stabilire la data delle elezioni. Quando si voterà?

«Credo a fine gennaio, come nelle altre province lombarde in scadenza. Solo Como ha anticipato al 26 novembre ma lì c’è già l’accordo per il candidato unico bipartisan. A Brescia non c’è ancora un indirizzo politico chiaro. Vi sono poi passaggi tecnici da completare (la convocazione dei comizi, l’accertamento degli aventi diritto al voto, la presentazione delle liste...) che rischiano di cadere nel pieno delle festività. Le date più probabili restano il 28 o 29 gennaio. Giovedì (domani, ndr) avrò un incontro di maggioranza. Spero escano indirizzi chiare».

Il vicepresidente Galperti ha lanciato l’ipotesi larghe intese, subito raccolta dal centrodestra. Che ne pensa?

«Con l’attuale assetto, sono sempre stato a favore di una larga condivisione, la più ampia possibile, sulle linee strategiche di gestione del territorio e dell’ente. Un candidato unico sostenuto da larghe intese politiche sarebbe una buona soluzione. Ma non so se siarealistica. Il problema è capire che tipo di adesione si può trovare sui temi fondamentali, a partire dal ciclo idrico. Il candidato unico deve essere catalizzatore di diverse istanze politiche: in questi anni abbiamo lavorato bene su ambiti che non erano divisivisi, l’edilizia scolastica o i lavori pubblici, dove il tema era solo la scelta delle priorità. I problemi sono nati sui dossier più politici, dal piano cave al ciclo idrico. C’è la possibilità di condivisione? Insomma, sono i temi che governano la possibilità di larghe intese».

Lei resterà alla guida del Broletto per poco più di due mesi. Cosa riuscirà a fare?

«Lavoreremo su tre temi. La gestione degli immobili provinciali, ridistribuendo le funzioni. In questi anni l’obiettivo è stato razionalizzare gli spazi, dismettendo gli uffici dove pagavamo l’affitto e investendo sui nostri immobili. Piazza Tebaldo era in vendita ma la toglieremo dal piano alienazioni, il possibile ritorno alle "vecchie" Province potrebbe richiedere più spazi. Per la sede del conservatorio a Palazzo Bargnani siamo sempre in attesa del Ministero. Faremo 70 assunzioni nei centri per l'impiego. La Regione ha stanziati le risorse (10 milioni) per nuovi spazi: stiamo pensando alle tre torri ma anche a Villa Paradiso, quest’ultima va però ristrutturata e nel frattempo potremmo sfruttare villa Barboglio, appena ristrutturata.

Il secondo tema è il ciclo idrico: l’obiettivo realistico entro gennaio è portare in consiglio una delibera di indirizzo che chieda all’Ato di valutare la sostenibilità di una gestione totalmente pubblica dell’acqua. Io sto operando in base ad un mandato ben preciso delle forze di maggioranza. Vero è che i sindaci sanno poco di quel che sta accadendo. Un’assemblea informativa sarebbe opportuna, visto che il parere vincolante finale spetta a loro. Terzo punto, portare avanti le opere che abbiamo pianificato, a partire dal Pnrr: siamo stati l’unica Provincia a mettere a terra tutte le risorse Pnrr che ci sono state assegnate. Ho firmato 31 decreti per circa 45 milioni di euro. In alcuni casi le opere sono già cantierizzate».

Sul Pnrr i comuni sono più in difficoltà. La Provincia può fare qualcosa?

«Facciamo già qualcosa: abbiamo la centrale unica di committenza, un modello nazionale, che gestisce bandi e appalti anche per conto dei Comuni; con la Provincia di Cremona abbiamo dato vita a Centro Padane srl, una società in house per servizi di progettazione e supporto tecnico, dall’edilizia scolastica alla messa in sicurezza dei ponti. Hanno aderito anche molti Comuni (per diventare soci basta una cifra simbolica), potendo assegnare la progettazione dei fondi Pnrr direttamente alla società».

Quattro anni alla guida del Broletto. Cosa avrebbe voluto e non è riuscito a fare?

«Abbiamo raggiunto buoni risultati. Ma ho capito tardi che comunicare quello che si sta facendo è importante, non l’ho fatto come avrei dovuto. Mi sarebbe poi piaciuto coinvolgere di più i Comuni nell’attività dell’ente. Abbiamo infine attivato lo Sportello Europa, una grande occasione che dovrà però essere sviluppata da chi arriverà, anche attraverso Casa Lombardia a Bruxelles».

Politicamente non sono mancate le tensioni con il centrosinistra e il suo partito...

«Le logiche dei partiti sono diverse rispetto a un ente istituzionale. La provincia di Brescia è un territorio vasto, ci siamo trovati a dover gestire non tanto contraddizioni politiche tra partiti, ma tra rappresentanze territoriali, anche dello stesso partito. Penso al piano cave: in alcune aree vi è stato la contrarietà del centronista, in altre l’appoggio. Prevalgono logiche territoriali più che politiche. Per questo parlavo della necessità di rapporti più stretti con la base dei Comuni. Anche le larghe intese potrebbero aiutare».

Intanto si torna a parlare di riforma delle province, con il ritorno al vecchio assetto. Una riforma è necessaria. Dentro l’Upi c’è una discussione: dare priorità a risorse e funzioni o tornare subito all’elezione diretta?

«Per me sono due aspetti dello stesso problema. Bisogna avere competenze chiare coperte da risorse adeguate ma anche l’indipendenza e l’autorevolezza di un vero ente politico».

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