A Brescia super Green pass per 600mila lavoratori

Da Confindustria Brescia e Apindustria una richiesta: «Ora il costo dei tamponi non ricada sulle imprese»
Controllo del Green pass - Foto Ansa  © www.giornaledibrescia.it
Controllo del Green pass - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Saranno circa 600mila i bresciani che dal 15 ottobre dovranno essere in possesso del green pass per accedere ai luoghi di lavoro: 548mila gli occupati nei vari settori del pubblico e del privato, ai quali si aggiungono le partite Iva, i lavoratori occasionali, colf e badanti: un esercito, gran parte del quale già vaccinato, quindi già in possesso del pass.

E mentre a Roma si mettono a punto i dettagli, il mondo imprenditoriale bresciano si prepara ad accogliere il provvedimento. E senza troppi mal di pancia, se non quelli legati alle zone d’ombra che la mancanza di un obbligo diffuso al vaccino comporta. «Come Confindustria nazionale e territoriale ci siamo sempre schierati a favore dell’obbligo vaccinale, ma visto che il Governo al momento pare non volerci arrivare, il Green pass ci sembra un buon compromesso» dice Roberto Zini, vicepresidente bresciano con delega a Lavoro e relazioni sindacali, per il quale il mondo industriale locale è pronto ad accogliere la misura, anche dal punto di vista propriamente pratico.

«Le nostre imprese sono comunità di persone spesso molto strette, e quindi in questi mesi abbiamo già visto qual è la situazione di ciascuno e ci siamo già attrezzati seguendo le logiche di buonsenso e responsabilità, ad esempio nelle mense - prosegue -. Certo, considerando che nelle nostre imprese la percentuale dei non vaccinati si aggira tra il 5 e il 10% dovremo comunque prendere decisioni, sempre cercando di evitare situazioni di tensione, perché non va dimenticato che il nostro unico nemico resta il virus». Inutile nascondere, però, che alcune criticità persistono. In primis, quella legata al famigerato costo dei tamponi per i non vaccinati. «on vedo perché il costo del tampone per chi non è vaccinato per scelta personale lo debba sostenere l’azienda, che ha già enormi spese per la sicurezza degli ambienti di lavoro. E dirò di più - aggiunge Zini -: non sono d’accordo neppure sul fatto che lo faccia lo Stato, tenuto sì ad intervenire laddove ci siano lavoratori fragili, ma certo non per chi liberamente sceglie di essere un no vax». Poi, sulle sanzioni per chi rifiuta di fare il Green pass, aggiunge: «Non vogliamo lasciare nessuno senza stipendio e abbiamo bisogno di tutte le risorse a nostra disposizione, perciò come prima via cercheremo di persuadere i lavoratori a vaccinarsi, anche mettendo in pista iniziative di prossimità». Il nodo costi. Sulla medesima lunghezza d’onda Pierluigi Cordua, leader di Apindustria Brescia.

«Dal punto di vista pratico non vedo grandi problemi con l’avvento di questo provvedimento - chiarisce -, ci sono applicativi da adottare e ci saranno nuove procedure da identificare, ma il nostro sistema industriale era già in qualche modo preparato. Resta il fatto che per noi il traguardo rimane l’obbligo vaccinale, e la speranza è che l’obbligatorietà del Green pass sul lavoro sia solo un ulteriore tassello verso questo obiettivo». A preoccupare il presidente dell’associazione di via Lippi, piuttosto, sono le questioni legate ai costi, ad esempio quelli dei tamponi per i lavoratori non vaccinati. «L’interesse dell’azienda è quello di non avere un ulteriore aggravio di costi - tuona -: noi, a differenza di Confindustria, potremmo pensare di chiamare in causa anche gli enti bilaterali, ma resta una scelta da valutare. Per quanto riguarda le sanzioni per chi per cinque giorni consecutivi si presenta senza Green pass, non spetta certo a me decidere, ma posso dire che se sussiste un obbligo di legge va rispettato, e per farlo rispettare purtroppo delle sanzioni devono esserci».

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