Meno pesci nel Garda: si studia il futuro di carpioni, trote, coregoni

Sempre meno pesci nel lago: è allarme per il futuro della fauna ittica del Garda. Cementificazione delle sponde, pressione antropica, distruzione degli habitat e delle zone di riproduzione, presenza di specie aliene predatrici (come il siluro) o antagoniste dal punto di vista alimentare, inquinamento e cambiamento climatico stanno minacciando la biodiversità benacense.
Rischio estinzione
Non è una novità: le specie in declino sono parecchie. Il carpione, il re del lago, è ad alto rischio estinzione ed essendo endemico, in caso sparisse, sarebbe per sempre. Di trote lacustri se ne pescano sempre meno. L’anguilla è contaminata da Pcb ed è sottoposta ad un divieto di pesca e commercializzazione che si protrae dal 2011. La piccola alborella, un tempo diffusissima, è quasi scomparsa: dai primi anni 2000 la sua popolazione è improvvisamente crollata, rendendo necessario un «fermo pesca» a salvaguardia, tutt’ora vigente. Anche il coregone lavarello – specie che rappresentava l’80% del pescato, pilastro della filiera ittica – è in calo dopo il divieto di ripopolamento, introdotto dal 2021, in quanto specie alloctona: il pescato è sceso da 56.000 kg nel 2020 ai 12.000 kg nel 2024. Anche la sardina (agone) ha registrato una flessione superiore al 50% nello stesso periodo.

E come non bastasse «sono quasi sparite – ha dichiarato il vicepresidente della Comunità del Garda, Filippo Gavazzoni – tantissime specie di pesci di piccola pezzatura… insomma tutta un’intera biodiversità è andata in rarefazione».
Inversione di rotta
È possibile invertire rotta o siamo oltre il punto di non ritorno? Se lo chiedono le 80 imprese di pesca professionali attive sul bacino e sono intenzionate a capirlo anche le tre regioni del lago – Lombardia, Veneto e Provincia di Trento – che hanno finanziato il progetto «Indagine sullo stato della comunità ittica del lago di Garda ai fini della gestione sostenibile dell’attività di pesca». L’indagine, della durata di 30 mesi, ha un costo di 570 mila euro e sarà condotta dal Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate dell’Università dell’Insubria. Saranno utilizzate tecniche di analisi del dna ambientale – che permette di rilevare la presenza delle specie anche senza cattura diretta – affiancate a metodi tradizionali (pescate mensili, misure biologiche), per ottenere un quadro completo e aggiornato, con particolare attenzione a specie target come coregone, agone e carpione.
«Da un lato – ha spiegato l’assessore regionale veneto Cristiano Corazzari – vogliamo avere una base scientifica aggiornata per valutare politiche di tutela e ripopolamento; dall’altro intendiamo individuare pratiche gestionali sostenibili, che salvaguardino l’ecosistema e valorizzino l’attività economica legata alla pesca professionale e sportiva».
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