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Il Garda è il primo lago d’Italia candidato a «soggetto giuridico»

Associazioni e studiosi propongono di superare la logica dello sfruttamento del bacino soffocato da resort e cemento
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Il Garda si candida a "soggetto giuridico"
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Gianni guarda il lago ogni mattina dal pontile di legno dietro casa. Lo chiama ancora «il nostro specchio», anche se non ci si specchia più. «Una volta si vedevano i ciottoli in fondo. Adesso...» e lascia in sospeso la frase, come fa chi ha perso qualcosa che sa di non poter più riavere. Anche il suo pontile, a breve, verrà smontato: l’area è stata ceduta a un privato. Al suo posto, una piattaforma panoramica con accesso riservato agli ospiti di un nuovo resort.

Sul lago di Garda si costruisce come se fosse infinito. Si promuove come se fosse intatto. Si consuma come se fosse vuoto. E invece è un essere vivo. E come ogni essere vivo, oggi, reclama il diritto di esistere. Non in senso poetico, ma giuridico. Dalla sponda bresciana a quella veneta, passando per l’alto Garda trentino, sta crescendo un movimento che non chiede una semplice tutela, ma una rottura culturale: riconoscere al lago la personalità giuridica, come già avvenuto in altre parti del mondo per fiumi, foreste, lagune. Non più risorsa, ma soggetto. Non più cornice, ma protagonista. Un ribaltamento che punta dritto al cuore della questione: la natura non può più essere difesa con gli strumenti di chi la considera esclusivamente merce.

Una strada pionieristica

Il riconoscimento della personalità giuridica a un elemento naturale ha radici lontane, nelle pratiche delle comunità indigene sudamericane, in cui fiumi, montagne e foreste sono considerati membri della collettività, e non oggetti da sfruttare. Un approccio che ha ispirato anche la Spagna, dove dal 2022 la laguna del Mar Menor è diventata soggetto di diritto, con tanto di legge nazionale. E in Italia, il Garda potrebbe essere il primo caso.

La proposta nasce dal basso, da una rete crescente di realtà: Federazione per il riconoscimento dei diritti del Lago di Garda, che unisce associazioni, comitati locali, studiosi, attivisti e cittadini. Tra questi, Legambiente, Gaia animali e ambiente, Presidio 9 agosto, Tavolo ambiente Garda, Monastero del bene comune. Li unisce la convinzione che il lago non vada solo «protetto», ma difeso in quanto portatore di valore intrinseco. E che la tutela simbolica non basti più. «Riconoscere diritti al Garda significa rompere l’asse esclusivo della proprietà privata e dell’utilità economica - ha spiegato il giurista Roberto Louvin -. Significa permettere che chiunque, in nome del lago, possa attivare strumenti di difesa giuridica per il suo interesse, e non solo per quello umano».

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Benedetta Pagni di Facta.eu ospite del tg di Teletutto

La base di partenza è già scritta: una Carta dei diritti del Lago di Garda è stata redatta e presentata. Non ha valore giuridico, ma ha un peso politico e culturale decisivo. È il documento fondante da cui si vuole ora far nascere una proposta di legge nazionale. Un percorso lento, certo. Ma che si innesta nel filone sempre più ampio del costituzionalismo ambientale, che in altri Paesi ha già prodotto effetti tangibili. «Gli strumenti normativi attuali non bastano - ha sottolineato Pasquale Viola, docente di European and comparative environmental law dell’Università di Trieste -. Riconoscere la personalità giuridica a un ecosistema come il Garda significa prendere atto del fatto che la tutela ambientale così com’è oggi non è sufficiente. È il diritto che deve aggiornarsi alla crisi ecologica, non il contrario».

Anche la geografia gioca un ruolo, e non solo quello fisico. Francesco Visentin, docente a Udine, studia da anni il rapporto tra comunità e risorse idriche. «Il lago è diventato il simbolo del limite. Un territorio saturo che, se non cambia direzione, implode. Questo processo di riconoscimento giuridico è un modo per dire: fermiamoci, riconosciamo il valore dell’intero ecosistema, e ripensiamo il nostro posto dentro di esso».

Un limite

Sul Garda, oggi, si costruisce ancora come se ci fosse spazio per tutti. E invece il lago è già in affanno. Cementificazione, perdita di biodiversità, infrastrutture turistiche invasive. Sulle sue rive, i canneti stanno sparendo: non sono dettagli del paesaggio, ma filtri naturali che depurano, proteggono, permettono la vita. Nelle sue acque, 43 specie aliene - tra cui una medusa asiatica - segnalano un equilibrio biologico saltato. Ogni anno arrivano oltre 26 milioni di turisti, a fronte di 190mila residenti. In molte zone, il Garda ha smesso di essere un luogo da vivere ed è diventato un prodotto da vendere, perché «vista lago» vale più di qualsiasi piano regolatore. Ma a chi serve un lago se non è più un ecosistema, se perde la sua capacità di rigenerarsi?

Lo dice con lucidità Paolo Zanollo del Wwf Bergamo Brescia: «Abbiamo nuovi resort, ma nessuna proposta per proteggere il tesoro che li rende così attrattivi. I segnali sono ovunque, ma continuiamo a ignorarli. Non siamo contro lo sviluppo. Siamo contro lo sfruttamento cieco. E senza strumenti adeguati, il lago non si salva». Insomma, riconoscere al Garda un diritto a esistere, non solo a essere utile». Come ha rimarcato anche Silvia Bagni, coordinatrice del progetto Lumen all’Università di Bologna, durante il convegno di febbraio, «la Dichiarazione dei diritti del Garda ha un valore simbolico altissimo. Anche senza effetti giuridici, esprime la volontà collettiva di proteggere la natura per ciò che è, non per quello che offre. È una presa di coscienza e un atto politico».

Il fatto di pensare al lago come un soggetto è una rivoluzione culturale: riconoscergli diritti non significa umanizzarlo, ma tutelarlo. Come si fa con i monumenti, con le opere d’arte, con i siti archeologici. Per questo la battaglia per il riconoscimento giuridico del Garda non è un vezzo ideologico. Ma una risposta concreta a una crisi concreta.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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