Ognuno, a modo suo, ricorda l’incipit più celebre della letteratura italiana: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno». Eppure, di recente, gli sposi hanno rischiato di essere più accantonati che … promessi.
Una notizia intrigante sul famoso romanzo storico ci viene suggerita dal libro «La correggitrice» di Emanuela Fontana. Un racconto che, letto con gli occhi di oggi, appare come una clamorosa omissione di Alessandro Manzoni, il quale stende un velo di silenzio sul contributo di una giovane donna sulla nascita dell’italiano moderno. Il nome di Emilia Luti è rimasto fra le note a piè di pagina per oltre 150 anni, passato attraverso il setaccio della memoria è noto quasi esclusivamente tra studiosi e ricercatori. Oggi quella dimenticanza appare decisamente ingombrante.
Che un’istitutrice toscana, di solida cultura, sia stata l’editor segreta di Manzoni, contribuendo a dare all’opera respiro nazionale senza essere mai citata, non è un dettaglio insignificante. L’idea di «risciacquare i panni in Arno» era nata proprio sentendo Emilia parlare quel toscano limpido e naturale, mentre accudiva la nipote Rina. La giovane era stata assunta da Massimo d’Azeglio, genero di Manzoni. Oggi diremmo che l’aveva «soffiata» all’editore Giovan Pietro Vieusseux, da cui lavorava come governante e come bibliotecaria.
Insieme alla brillante bambinaia, Manzoni sgarbugliò il rovello linguistico della prima stesura di «Fermo e Lucia», ancora appesantita da inflessioni dialettali lombarde. Come D’Azeglio, ricordato per la celebre frase: «Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani», anche «don Lisander» (così chiamato Manzoni dai milanesi) intendeva rivolgersi a un pubblico più ampio, non soltanto a «venticinque lettori». Pare che lo scrittore e la sua consulente linguistica siano stati fotografati insieme, chini sul manoscritto, intenti nella correzione.
Di certo, fra i due, ci fu uno scambio di numerosi biglietti nei quali lui chiedeva con infinita gentilezza consigli su espressioni e modi di dire toscani per «depurare» il suo scritto. Ancora oggi, sul Lungarno, una lapide ricorda quella celebre «sciacquatura dei panni». Non è nemmeno chiaro se sia bastata un’estate per rivedere tutti i capitoli. Di sicuro, il nobile signore di Moncucco inviò a Emilia Luti una copia autografata dell’edizione definitiva con questa dedica: «Madamigella Luti, gradisca questi cenci da lei risciacquati in Arno che le offre, con affettuosa riconoscenza, l’autore». Un riconoscimento tanto affettuoso quanto privato, ma si limitò a quello.



