«Rumor...». «Saragat!». «(Donat) Cattin?»...
In pochi, pochissimi lo ricorderanno, uno degli sketch più curiosi di Walter Chiari, scomparso persino dalle teche Rai. Un monologo che prendeva di mira i politici, utilizzandone nomi e cognomi. Il modo in cui la satira bilanciava l’ego espansivo della politica, che in quegli anni monopolizzava (quasi) tutto. Specchio fedele ne sono i giornali del tempo, in cui le prime pagine brulicavano di informazioni riguardanti questo o quel partito, quel o questa liturgia parlamentare, questo o quel avvenimento correntistico. Naturale allora che la caduta di un governo occupasse con caratteri cubitali tutte le colonne a disposizione.
A pagare dazio all’instabilità politica successiva al ’68 fu Mariano Rumor, politico vicentino, già segretario della Democrazia Cristiana e che poi diventò di nuovo presidente del Consiglio, salvo cedere il passo allorché la campagna diffamatoria riguardante lo scandalo Lockeed raggiunse il suo apice. L’esserne pienamente scagionato dall’apposita commissione d’inchiesta non gli restituì il potere perduto. Per anni rimase parlamentare, ma sempre in secondo piano rispetto all’ascesa di Craxi, in una Dc che prima con De Mita e poi con Andreotti e Forlani lo tenne ai margini del gioco politico.




