Tragicomica autobiografia di una figlia piccola

Splendido romanzo di Rosa Matteucci, all'arrembaggio della storia familiare e di una figura paterna che interseca le vicende. Emula di Giobbe, colpita da inenarrabili disgrazie, l'autrice crea un linguaggio tutto nuovo per alla fine riscoprire se stessa

«Il cordoglio provato per la scomparsa dei genitori naturali è piscio di gallina in confronto al dolore irrimediabile che si prova per la morte del cane». Comincia così, con un abilissimo diversivo - quasi un colpo di pistola sparato in cucina mentre il delitto per strangolamento si compie in soggiorno - l'ultimo romanzo di Rosa Matteucci. Difficile connotare e condensare in poche righe l'essenza di «Tutta mio padre», una sorta di autobiografia apocrifa della scrittrice - la figlia piccola a qualunque età - che si trova improvvisamente orfana di madre, di «canetto» e soprattutto di padre. Il romanzo di Roro, emula di Giobbe all'ennesima potenza, costretta a fronteggiare dall'infanzia una tragedia, seguita da una tregenda, preceduta da un disastro che - presumibilmente - richiamerà un qualche disagio è un libro bellissimo e poetico. La trama è apparentemente di quelle facili: una ricca e nobile famiglia orvietana si ritrova improvvisamente sul lastrico a causa di alterne fortune, cui contribuisce in maniera non indifferente la passione di Orso, il «padre» ingegnere ciociaro, venuto all'arrembaggio per sposare la bella e fragile contessina (che trae esclusivo diletto dalla lettura di Heidegger) per il gioco del lotto. O meglio, per le giocate sulle ruote di Torino e Venezia. La famiglia emigra in una specie di tugurio, alla mercè dei lazzi dei popolani. Rosa sopravvive a un'infanzia da incubo, costantemente affamata e infreddolita. Trova il lavoro da sogno come referendaria al Quirinale e, ovviamente, lo perde per cause futilissime.
Niente di nuovo all'orizzonte. Non fosse che Orso è un personaggio d'antan. Parrebbe uscito da una novella di Oscar Wilde, se Wilde avesse scritto in Umbria: l'ingegnere trascorre la sua vita imbellettato, inseguendo il sogno di una vincita milionaria, profetizzando sogni di gloria, ma soprattutto alla perenne ricerca di una soluzione improbabile incarnata dal guantino dello zarevic (questa è davvero troppo difficile da spiegare). Eccentrico frequentatore dell'Harry's bar di via Veneto a Roma, nonchè del Danieli di Venezia, sperpera piccole e ingenti fortune quotidiane, per regalare alla famiglia un'illusione di grandeur. Che a dirla tutta non sta né in cielo né in terra e che però è amore allo stato solido e liquido. E pure ornamentale. Rosa lo capirà al momento dell'addio, sapendo di averlo colto ben prima, nei meandri del suo essere specchio e sostegno del padre.
Che resta da dire? Praticamente tutto, ma una menzione primaria va al linguaggio inventato dalla scrittrice: un misto di vulgata nobiliare e gergo popolare, intrisi di un barocchismo che non risparmia neppure toponimi e nomi propri (il balcone si chiama Michelo e il gatto Mio Che Mao, giusto per fornire il vocabolario minimo). Il gusto della giustapposizione, dell'aggettivazione e dell'avverbio, più quello già citato per la nomenclatura, si fa poesia.
E finita d'un fiato la lettura delle pagine resta la tentazione di assicurarsi la bibliografia completa della Matteucci, forse la migliore scrittrice italiana.
Ilaria Rossi

TUTTA MIO PADRE
Rosa Matteucci
Bompiani- 286 pagine, 17,50 euro

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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