In pigiama, con la vestaglia e i capelli ricci e neri raccolti in una coda morbida sulla nuca. È vestita come quando ci si sente al sicuro, nell’intimità di un salotto, quando una telefonata, poco dopo le 23, la strappa dal tepore di casa. Fuori si gela, la temperatura è di un paio di gradi sotto lo zero, ma non c’è tempo per infilare un giubbotto. Bisogna andare, arrivare in tempo.
Un viaggio disperato, dalla Valsabbia verso Brescia, all’altezza della strada che le hanno indicato. Poco dopo il distributore di benzina, a Rezzato, ecco i lampeggianti blu. È una strada che ha fatto mille volte, non è possibile. Ci sono molti uomini in divisa, la colonna di macchine con le luci di emergenza accese. E allora giù dall’auto, correndo con le pantofole sull’asfalto. Pantofole che pestano vetri frantumati e pezzi di lamiera. Pochi metri più avanti suo fratello è sdraiato a terra, morto. Insieme a altri quattro ragazzi.




