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ARTE

Nascita di un murale: a tu per tu con l'artista Vera Bugatti


Tempo Libero
17 mar 2019, 09:00

Si ferma, osserva il lavoro e prima di andare via si avvicina al piccolo cantiere: «Complimenti, è bellissimo». La signora ha settant’anni e probabilmente non si aspettava di vedere nel suo quartiere, in cui ha passato una vita intera, un’opera d’arte tanto grande, complessa e stupefacente. 

 

VERA BUGATTI FIRMA UN MURALE A SAN BARTOLOMEO

 

 

Un dettaglio del murale di Vera Bugatti

 

Ci è voluto qualche giorno, ma Vera Bugatti è riuscita a conquistare San Bartolomeo, dove dall’8 marzo sta dipingendo «Aut Aut», un murale alto dodici metri e largo sei in cui una donna anziana regge una bilancia con da una parte il cuore e dall’altra il denaro. «Nel disegno la bilancia pende dalla parte dei soldi, del potere, ma mi piacerebbe che la gente si aggrappasse per spostarla dalla parte del cuore, delle relazioni». Delle cose, cioè, che contraddistinguono l’Essere, da scegliere al posto dell’effimero Avere. Un’opera dove i simboli si moltiplicano, com’è nello stile della street artist bresciana, impegnata per la prima volta nella sua città.

 

La palazzina scelta per il murale

 

«C'era un po’ di diffidenza, forse perché pensavano che il disegno fosse triste, lo vedevano in bianco e nero. Poi col passare dei giorni la situazione è cambiata. Anche perché io non ci trovo niente di triste, anzi, per me il messaggio è molto positivo: una persona saggia, che conosce la vita, ci indica cosa scegliere tra l'Essere e l'Avere». 

Su Facebook Vera Bugatti ha pubblicato un post in cui approfondisce ulteriormente il tema, parlando dell’opera «come una riflessione amara da cui non possiamo esimerci: quanto in fondo pur nel nostro piccolo siamo complici di sofferenze altrui, di un pianeta al collasso, di discriminazioni e disuguaglianze, di morti innocenti. Speranza, rassegnazione? Preferirei dire consapevolezza che esiste un’alternativa e che non è troppo tardi per cambiare».

 

 

«Sono un’artista molto pesante, lo so», dice ridendo. Le sue opere, cariche di significati, e il suo stile tra il reale e il surreale evidentemente tanto pesanti non sono dato che negli ultimi cinque anni ha attraversato il mondo grazie a festival  e a committenze locali che le chiedono, appunto, i suoi murales.

«Sono partita con un disegno in strada con i gessetti, una decina d’anni fa, e vederlo realizzato mi ha emozionato molto pensare di avere fatto qualcosa che non si può conservare. Si trattava di un’opera effimera, dato che il giorno dopo già era sparita, nella tradizione dei madonnari. Ora, forse anche per gli anni che passano, non so, preferisco pensare a lavori che rimangano più a lungo, con un messaggio più lungo nel tempo, anche se non mi pongo il problema della loro conservazione. Mi piace l’idea che cambino col tempo, che sbiadiscano e che pian piano si lascino andare». 

Attorno a lei c’è un quartiere che negli anni è invecchiato, in cui degrado e recupero convivono a breve distanza. Via Abbazia a Brescia è stata scelta dagli organizzatori del festival Link, dedicato alla street art, proprio per le pareti enormi che offre.

«La conoscevo perché ci passavo quando lavoravo come postino - racconta Giovanni Gandolfi, dell’associazione True Quality, organizzatrice del festival -. In realtà avremmo preferito un palazzo conservato peggio, ma sarebbe stato difficile mettere d’accordo i diversi proprietari. Questo invece è del Comune ed è stato sistemato non molti anni fa». Comune che sostiene il festival, i cui costi sono coperti perlopiù da sponsor. L’idea è che l’arte possa contribuire a rigenerare i quartieri, come accaduto a Sanpolino, cambiandone il volto. «Speriamo di proseguire, sempre qui, nei prossimi anni. È una zona che si presta molto». 

 

Il progetto del murale

 

Attorno, nel sabato mattina tra le piccole palazzine di San Bartolomeo, la gente passa e curiosa. Mamme con bambini al seguito, un signore che chiede la foto ricordo, coppie di ritorno dalla spesa. Tutti per Vera Bugatti, impegnata sul braccio meccanico del camioncino usato per muoversi lungo la parete che dipinge. 

«Sono partita da un bozzetto, fatto su carta, e poi l’ho sviluppato in maniera tradizionale, facendo cioè la quadrettatura da cinquanta centimetri per cinquanta e riproducendo il disegno sulla parete. Prima ho tracciato la linea col gessetto, poi col colore e dopo con la pittura murale per esterni. Uso molto il tratteggio, ho lavorato mescolando i colori direttamente sulla piattaforma. All’inizio ero molto emozionata per il fatto di lavorare nella mia città. Di solito sono all’estero e magari non capisco nemmeno cosa mi dicono, qui è stato decisamente diverso».

 

 

Più pressione, di certo, ma anche la soddisfazione di lasciare qualcosa in un posto che le appartiene. Fino a questa sera c’è tempo per gli ultimi ritocchi, mentre lunedì alle 10.30 ci sarà l’inaugurazione. Poi «Aut Aut» resterà a disposizione del pubblico, per suggestionarlo. Come è capitato ai bambini di una scuola della zona che hanno portato una serie di disegni ispirati all’opera. Così, spontaneamente, e chissà che anche in loro non germogli, un giorno, quel seme che spinge Vera ad alzarsi verso il cielo o a inginocchiarsi sull’asfalto per lasciare il suo segno finchè la superficie non comincia a parlare. Inconfondibile e da cogliere al volo, perché resta, ma non puoi mai dire per quanto. 

 

 

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