«Un Museo per celebrare Franca Ghitti, artista poliedrica»
Finalmente l’attesa si avvicina al termine: il Museo monografico dedicato a Franca Ghitti sta prendendo forma e sabato 23 settembre è stata inaugurata a Darfo Boario Terme una prima sezione, che attraverso un nucleo significativo di opere permetterà al pubblico di avvicinare il lavoro della scultrice originaria di Erbanno (1932-2012), celebre in tutto il mondo per la sua ricerca formale che si è nutrita del patrimonio antropologico della sua terra.
In attesa che il Museo permanente voluto dal Comune di Darfo Boario Terme, dalla Fondazione «Archivio Franca Ghitti», dalla Comunità Montana e dal Consorzio Comuni Bim di Valle Camonica sia pronto (nel 2025), in alcuni spazi del settecentesco «Conventone», recentemente ristrutturato, è stato allestito un primo percorso cronologico, a cura di Fausto Lorenzi, al fine di documentare l’ampiezza e l’originalità della ricerca di Franca Ghitti, ripercorrendone sinteticamente gli snodi principali.
Abbiamo rivolto alcune domande alla prof.ssa Maria Luisa Ardizzone, della New York University, presidente della Fondazione «Archivio Franca Ghitti».

Cosa deve aspettarsi il pubblico da questa importante «anteprima» del Museo dedicato a Franca Ghitti?
L’anteprima presenta nella cornice della sede provvisoria alcune opere di Franca, artista poliedrica, il cui ingente lavoro rimane in gran parte sconosciuto. Farà seguito un convegno internazionale di due giorni: «Franca Ghitti: la vita e l’opera», che apre a quello che sarà il tratto distintivo del Museo, quale centro di studi e ricerca, oltre che luogo di raccolta e esposizione delle opere. Ma l’anteprima intende celebrare anche la figura di Franca: saranno le parole dei suoi amici e collaboratori a disegnarne il profilo e lo stile di vita.
Quali opere sono state scelte per questo primo allestimento?
Sono state selezionate opere realizzate in periodi diversi, come le «Vicinie», che nascono negli anni Sessanta-Settanta, i «Tondi», degli anni Ottanta, «Il Bosco» in legno, un piccolo «Bosco» in ferro, una «Mappa», un pannello in ferro, sino al «Libro dei Chiodi», imponente testimonianza degli ultimissimi anni della sua vita.

Il Museo sarà, appunto, anche un centro studi dove verrà conservato l’Archivio dell’artista, contenente scritti vari, i suoi inediti «Taccuini» e l’intera biblioteca privata. Possiamo dire che Franca è stata anche una fine intellettuale. Ci racconta in che modo i suoi interessi hanno abbracciato altre discipline, ad esempio la letteratura di cui lei si occupa?
Era certamente un’intellettuale, ma non si sarebbe mai definita tale. Aveva un’idea sua del sapere. La sua biblioteca lo dimostra. In questo senso gli anni africani lasciano tracce profonde. Era solita glossare i suoi libri. D’altronde, e il Museo avvia a farlo comprendere, Franca allarga l’idea di testo. Ad esempio per lei un cantiere o una fucina sono come libri da studiare, vi rintraccia mondi e forme diverse, come la metis («intelligenza» della mano). La serie «Libri chiusi», degli anni Ottanta, testimonia il farsi di una riflessione che culminerà in «Altri alfabeti» con i quali formula l’idea dell’esistenza di un linguaggio primario alternativo a quello alfabetico. Ma il punto da capire è la sua capacità di trasformare in scultura queste intuizioni. Amava la poesia, i taccuini lo documentano e da adolescente ne aveva anche scritte. Le sue edizioni d’arte rivelano la frequentazione di testi classici, come l’«Antologia palatin»a, e della poesia contemporanea: Luzi, Bertolucci, Zanzotto, Goffi, Leopold Senghor. Ci sono poi amicizie e frequentazioni con scrittori e poeti: Alessandro Spina (Basili Khouzam), Luciano Erba, Franco Loi, Sandro Boccardi, un musicista, Camillo Togni, e quella con Mary de Rachewiltz e con il suo editore e amico, Vanni Scheiwiller. Il Museo nasce sotto buoni auspici, ma la sua realizzazione segnala un cammino in salita, arduo. La scelta del Direttore sarà fondamentale.
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