Tutti insieme a canestro nel bask in: l’inclusività è la vittoria più bella

Se venite a vedere una partita di bask in non riuscirete subito a capire quali siano gli atleti paralimpici in campo, a parte quelli in carrozzina. Poco male, l’importante è che si riconoscano tra loro, rispettando chi ha maggiori handicap. I numeri sulle maglie non servono a segnalare i ruoli della pallacanestro tradizionale ma a individuare l’handicap fisico o mentale di chi è in campo, che va rispettato dagli avversari più dotati.
Ci sono fasi di gioco in cui tutto si ferma per consentire il tiro a chi è in maggiori difficoltà, specie per quelli in sedia a rotelle che tirano ai lati del campo verso canestri più bassi e a volte con palloni più leggeri. Così tutti, ma proprio tutti, si sentono coinvolti nel gioco e ognuno porta la sua parte di contributo nella costruzione della vittoria.

Gioia
È la magia di questa disciplina giocata nella versione proposta dal Csi Lombardia e che fa della inclusività la sua peculiarità perché sono coinvolti proprio tutti secondo le abilità personali. A fine partita non viene nominato un man of the match, come succede nella Nba, proprio perché è difficile individuarlo. Sullo scacchiere del campo ognuno si muove secondo movimenti concordati e ben definiti dal regolamento ed è impossibile vincere da soli. È la prima cosa che Francesco Ferrè, allenatore degli Strinati Vallecamonica , spiega da anni ai suoi atleti, perché ogni allenamento comincia sempre dal passaggio. «Dare la palla a un altro è una forma di comunicazione - spiega - e nel mondo complesso di chi ha problemi mentali dà un segnale ben preciso, aiuta a fidarsi degli altri e rende consapevoli che da soli non si va da nessuna parte».
Ferrè ha lavorato per anni alla costruzione della squadra, grazie anche alla collaborazione di Eugenia Zanardini - che svolge anche il ruolo di arbitro -, per anni direttrice di una cooperativa sociale da cui sono arrivati i primi giocatori. Gli altri li hanno portati le famiglie, presto coinvolte attivamente nel progetto. In campo vanno - da normodotati - anche genitori degli atleti. «E non sempre si dimostrano tecnicamente più in gamba dei figli - sorride Ferrè - ma del resto noi non abbiamo bisogno di bravi cestisti, ma soprattutto di educatori».
Francesco va cercando i suoi atleti casa per casa, convinto che solo uscendo dalle quattro mura ci sia conforto per chi avverte solitudine e senso di inutilità. «C’è chi arriva da sport dove si sentiva trascurato e chi invece non faceva proprio nulla, spaventato dal mondo esterno. Qui si trova in una nuova dimensione, nessuno si sente giudicato perché è membro attivo di un gruppo». Non a caso ogni momento di condivisione, dagli allenamenti alla partita, si chiude sempre con un abbraccio generale comunque siano andate le cose in campo.
Le regole

Ma come si gioca a bask in? La squadra è composta da un solo giocatore normodotato (numero 5) che in campo osserva tutte le regole del basket tradizionale ma può attaccare o difendere solo su uno come lui. Il 4 è un giocatore con lievi disturbi del comportamento, al 3 (quasi sempre un down) viene concesso qualche errore tecnico e gli si permettono anche i passi, purché per un breve periodo di tempo. I numeri 2 sono i cosiddetti vaganti: deambulano senza problemi, su di loro non si difende e non si attacca e hanno 10 secondi di tempo per tirare quando sono in possesso di palla.
E poi ci sono i pivot, quelli in carrozzina. Tirano a due canestri di dimensioni ridotte: c’è chi riesce a farlo con la palla utilizzata dai compagni di squadra e chi ne usa una più leggera. Ma si tende ad abituare i giocatori a praticare la versione più difficile perché si irrobustiscano fisicamente e si pongano obiettivi più impegnativi. «Alle regole si è arrivati tenendo conto delle caratteristiche di chi gioca - spiega Eugenia Zanardini - ma possono anche essere modificate prima delle partite, a seconda delle abilità dei giocatori in campo». Così il bask in ogni volta può rivelarsi una scoperta, per chi lo gioca e per chi fa il tifo. Lo è più di tutti per gli spettatori, affascinati tutte le volte da un chiaro messaggio che lancia questa disciplina: nello sport come nella vita non ci sono differenze che possano dividere gli uomini, semmai li possono solo arricchire.
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