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Tutti insieme a canestro nel bask in: l’inclusività è la vittoria più bella

Vincenzo Cito
La bellissima esperienza in Valle Camonica degli «Strinati»: ognuno gioca in base alle possibilità, e in questo modo tutti si sentono coinvolti nel gioco
Tutta la gioia degli atleti degli «Strinati» - © www.giornaledibrescia.it
Tutta la gioia degli atleti degli «Strinati» - © www.giornaledibrescia.it
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Se venite a vedere una partita di bask in non riuscirete subito a capire quali siano gli atleti paralimpici in campo, a parte quelli in carrozzina. Poco male, l’importante è che si riconoscano tra loro, rispettando chi ha maggiori handicap. I numeri sulle maglie non servono a segnalare i ruoli della pallacanestro tradizionale ma a individuare l’handicap fisico o mentale di chi è in campo, che va rispettato dagli avversari più dotati.

Ci sono fasi di gioco in cui tutto si ferma per consentire il tiro a chi è in maggiori difficoltà, specie per quelli in sedia a rotelle che tirano ai lati del campo verso canestri più bassi e a volte con palloni più leggeri. Così tutti, ma proprio tutti, si sentono coinvolti nel gioco e ognuno porta la sua parte di contributo nella costruzione della vittoria.

Tutti in campo: nessuno deve sentirsi escluso - © www.giornaledibrescia.it
Tutti in campo: nessuno deve sentirsi escluso - © www.giornaledibrescia.it

Gioia

È la magia di questa disciplina giocata nella versione proposta dal Csi Lombardia e che fa della inclusività la sua peculiarità perché sono coinvolti proprio tutti secondo le abilità personali. A fine partita non viene nominato un man of the match, come succede nella Nba, proprio perché è difficile individuarlo. Sullo scacchiere del campo ognuno si muove secondo movimenti concordati e ben definiti dal regolamento ed è impossibile vincere da soli. È la prima cosa che Francesco Ferrè, allenatore degli Strinati Vallecamonica , spiega da anni ai suoi atleti, perché ogni allenamento comincia sempre dal passaggio. «Dare la palla a un altro è una forma di comunicazione - spiega - e nel mondo complesso di chi ha problemi mentali dà un segnale ben preciso, aiuta a fidarsi degli altri e rende consapevoli che da soli non si va da nessuna parte».

Ferrè ha lavorato per anni alla costruzione della squadra, grazie anche alla collaborazione di Eugenia Zanardini - che svolge anche il ruolo di arbitro -, per anni direttrice di una cooperativa sociale da cui sono arrivati i primi giocatori. Gli altri li hanno portati le famiglie, presto coinvolte attivamente nel progetto. In campo vanno - da normodotati - anche genitori degli atleti. «E non sempre si dimostrano tecnicamente più in gamba dei figli - sorride Ferrè - ma del resto noi non abbiamo bisogno di bravi cestisti, ma soprattutto di educatori».

Francesco va cercando i suoi atleti casa per casa, convinto che solo uscendo dalle quattro mura ci sia conforto per chi avverte solitudine e senso di inutilità. «C’è chi arriva da sport dove si sentiva trascurato e chi invece non faceva proprio nulla, spaventato dal mondo esterno. Qui si trova in una nuova dimensione, nessuno si sente giudicato perché è membro attivo di un gruppo». Non a caso ogni momento di condivisione, dagli allenamenti alla partita, si chiude sempre con un abbraccio generale comunque siano andate le cose in campo.

Le regole

Un momento di una partita degli «Strinati» - © www.giornaledibrescia.it
Un momento di una partita degli «Strinati» - © www.giornaledibrescia.it

Ma come si gioca a bask in? La squadra è composta da un solo giocatore normodotato (numero 5) che in campo osserva tutte le regole del basket tradizionale ma può attaccare o difendere solo su uno come lui. Il 4 è un giocatore con lievi disturbi del comportamento, al 3 (quasi sempre un down) viene concesso qualche errore tecnico e gli si permettono anche i passi, purché per un breve periodo di tempo. I numeri 2 sono i cosiddetti vaganti: deambulano senza problemi, su di loro non si difende e non si attacca e hanno 10 secondi di tempo per tirare quando sono in possesso di palla.

E poi ci sono i pivot, quelli in carrozzina. Tirano a due canestri di dimensioni ridotte: c’è chi riesce a farlo con la palla utilizzata dai compagni di squadra e chi ne usa una più leggera. Ma si tende ad abituare i giocatori a praticare la versione più difficile perché si irrobustiscano fisicamente e si pongano obiettivi più impegnativi. «Alle regole si è arrivati tenendo conto delle caratteristiche di chi gioca - spiega Eugenia Zanardini - ma possono anche essere modificate prima delle partite, a seconda delle abilità dei giocatori in campo». Così il bask in ogni volta può rivelarsi una scoperta, per chi lo gioca e per chi fa il tifo. Lo è più di tutti per gli spettatori, affascinati tutte le volte da un chiaro messaggio che lancia questa disciplina: nello sport come nella vita non ci sono differenze che possano dividere gli uomini, semmai li possono solo arricchire.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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